Vivere per non far dimenticare. Le storie di Lia Levi


Vivere per non far dimenticare. Le storie di Lia Levi

Pierpaolo Scavuzzo / AGF 


Lia Levi




Da quando, nel ’94 il suo romanzo d’esordio “Una bambina e basta”, nato per lettori adulti, ha preso la strada delle scuole, Lia Levi, 87 anni, è diventata un’instancabile testimone delle memoria.

Da allora la scrittrice che nel 2018 ha vinto lo Strega giovani con “Questa sera è già domani” altra storia (quella della famiglia ebraica di suo marito Luciano Tas) ambientata durante le leggi razziali, Levi è andata a raccontare a migliaia di studenti, in tutta Italia, della sua espulsione dalla scuola pubblica e del convento romano che la nascose durante i rastrellamenti nazisti, dandole anche i documenti di una bambina cattolica, Maria Cristina: «Era un paradosso per un’ebrea portare il nome di Cristo e anche imparare a farsi il segno della croce per non insospettire le altre bambine. Ma decisi che avrei vissuto come una commedia quella tragedia», racconta all’Agi «E quando da giornalista ho deciso di trasformarmi in scrittrice ho pensato di dover raccontare, riempendo di contenuti il terrore indistinto che avevo provato, la mia esperienza di bambina ebrea costretta a nascondersi in un convento per sfuggire ai nazisti». 

Nella Giornata della Memoria appesantita dal rispolveramento, a cura del senatore grillino Elio Lannutti, di un falso storico antiebraico come I Protocolli dei Savi di Sion, Levi, la cui storia è stata anche appena ricostruita nella docufiction ‘Figli del destino’, vista da tre milioni di spettatori su Raiuno, è al teatro di Modica, prima tappa di una tourné settimanale della memoria che la porterà anche nelle scuole di Gela e a Palermo. 

Ormai la sua sembra una missione…

La memoria non è un semplice ricordo, è elaborazione. Più che mai necessaria  in questo momento in cui la società non brilla per accoglimento. Nessuno voleva gli ebrei in fuga dai loro paesi, con una sorprendente analogia con il dramma contemporaneo dei migranti. Non a caso, nel finale del mio ultimo romanzo, nel passaggio drammatico della famiglia ebraica di mio marito che arrivata dopo una faticosa fuga dalla loro Genova in Svizzera viene bloccata alla frontiera, per le parole del militare («La Svizzera non può aprire le sue porte a tutti, è l’intera Europa che avrebbe voglia di rifugiarsi qui, lontano dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame..») mi sono ispirata a quello che leggevo sui quotidiani. 

Come reagiscono gli studenti?

Ho sempre incontrato ragazzi preparati e interessati, che arrivano agli incontri con domande pronte. Non voglio essere ottimista a tutti i costi sulla profondità dei giovani, probabilmente incontro quelli interessati davvero, ma è così. Qualche volta imparo anche da loro. Una classe, addirittura mi ha mostrato dei filmati dell’Istituto Luce che non conoscevo. 

Come li conquista?

Parto sempre dai miei libri, non per promuoverli, ma perché altrimenti l’incontro si ridurrebbe a una mera conferenza. La letteratura è identificazione: Quando parlo di “Questa sera è già domani” molti ragazzi mi dicono che anche loro si sarebbero comportati come il protagonista Alessandro, il ragazzino ribelle e coraggioso che a scuola si oppone al preside, rifiutandosi di fare il saluto fascista. Probabilmente perché non l’ho tratteggiato come un eroe, ma come un ragazzino con le caratteristiche e le debolezze di tanti coetanei. Per “Una bambina e basta” fanno domande su di me, su come si sentiva una bambina costretta a nascondersi in un convento, lontana da casa sua. 

Come si è sentita lei, bambina con la vita minacciata dai nazisti?

La mia esperienza è divisa in due parti: la prima, quando c’erano «solo» le leggi razziali che mi vietarono la scuola pubblica e a mio padre tolsero il lavoro: mi sentii una non cittadina, ma non c’era  ancora la prospettiva di essere uccisa, né quella del carcere. La seconda, quando cominciarono i rastrellamenti nazisti. Se mi salvai lo devo  al destino, e all’intuizione felice dei miei genitori.

Quale intuizione?

Ci eravamo trasferiti da Torino a Roma, quando molti ebrei romani credettero che nel ’43, consegnando i famosi 50 chili d’oro ai nazisti, si sarebbero davvero salvati, come promettevano loro, dai campi di concentramento. La mia famiglia non si fidò, e io e le mie sorelle trovammo riparo nel convento romano le cui  suore benefattrici  oggi sono tra «I giusti tra le nazioni».

Cosa le ha lasciato addosso l’esperienza delle persecuzioni?

Mi ha formato. Quando oggi la vita mi mette davanti a qualche difficoltà mi dico sempre: «Se ce l’abbiamo fatta allora posso farcela anche oggi.

Da scrittrice racconta molto spesso storie ebraiche, è un’attrazione fatale?

L’ebraismo è per me una sorta di pozzo dal quale posso attingere ogni sorta di emozioni. Non si viveva solo di batoste politiche. Durante gli anni del fascismo c’era gente che si amava e si odiava, essere umani e famiglie la cui vita nonostante tutto doveva andare avanti. Io li racconto.

Cosa ha provato vedendosi rappresentata bambina, nella docufiction Figli del destino?

Mi sono molto emozionata quando la piccola Lia della docufiction, alla fine della guerra mostra a sua madre la lettera che sta per mandare alla Rai, per partecipare a un concorso per ragazzi. Per presentarmi avevo scritto «Mi chiamo Lia e sono una bambina ebrea». Mia madre la strappò, dicendo: «No Lia, tu non sei una bambina ebrea, sei una bambina e basta».

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