Viaggio nella Mosca dei ribelli


«Guida alla Mosca ribelle» (Voland, 2017) di Valentina Parisi è uno di quei libri che dovrebbero stare in ogni libreria di chi ama la Russia. Un viaggio attraverso i tempi delle ribellioni da Pugacev fino alle manifestazioni anti-Putin degli ultimi anni rigorosamente condotto attraverso i labirinti della metropolitana della capitale. Un libro agile, ma stracolma di riferimenti bibliografici e rimandi architettonici e museali godibile per chi a Mosca non c’è mai stato a chi si accinge a farlo e per chi come noi, da tempo ci vive. Valentina ha sviluppato le sue ricerche soprattutto all’estero (Mosca, Budapest, Brema) e ha scritto un libro sull’editoria clandestina sovietica (Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990, Il mulino 2014). Ha tradotto dal russo varie opere dal russo tra cui quelle di Vasilij Grossman e Anton Cechov. Valentina, raccontaci un po’ com’è nata l’idea di questo libro.
In realtà questo libro non nasce da solo, ma come pendant russo alle altre guide ribelli alle città pubblicate da Voland. All’interno di questa collana Mosca presenta ovviamente delle peculiarità: non è esattamente una destinazione da fine settimana, non è stata ancora invasa dal turismo di massa, in compenso soprattutto nel nostro paese è stata (e forse in parte continua a esserlo) meta per viaggiatori ideologicamente orientati. E questo è sicuramente un aspetto molto interessante, soprattutto in relazione al tema della ribellione, che ho cercato di esplorare un po’ in tutte le sue declinazioni, e non soltanto nella sub specie di discorso rivoluzionario, visto che l’URSS con la dissidenza ha offerto la prospettiva pressoché unica di una ribellione indirizzata contro la rivoluzione, o almeno contro la sua variante storicamente realizzata. E quindi come non affrontare traiettorie meno note come quella dei vecchi credenti scismatici che, a un certo punto nel’900, si ritrovano da imprenditori illuminati a finanziare i socialisti rivoluzionari? Oppure gli anarchici, schiacciati a colpi di cannonate nell’aprile 1918 dai bolscevichi, proprio nella città che aveva visto i primi passi di Bakunin e Kropotkin?
Se il cuore del libro resta Mosca, molti sono i rimandi all’altra capitale russa, San Pietroburgo. Che rapporto hai intellettualmente e personalmente con San Pietroburgo?
È impossibile parlare di Mosca senza riferirsi al suo contraltare storico. San Pietroburgo è un fantasma che aleggia costantemente nel libro per emergere di tanto in tanto, soprattutto nei capitoli dedicati ai decabristi, i primi ribelli a rivoltarsi contro lo zar, visto che l’insurrezione del 14 dicembre 1825 è avvenuta proprio lì. In realtà, San Pietroburgo è la prima città che ho visitato in Russia nel febbraio 1998, ben prima del restyling avvenuto in occasione del tricentenario dalla fondazione del 2003. Una città che, per chi come me, per motivi generazionali, non ha potuto sperimentare l’Unione Sovietica, sembrava già molto esotica: totale mancanza di pubblicità per le strade, meravigliosi e decrepiti edifici rococò e neoclassici, si andava alla filarmonica e a cena al ristorante georgiano tutte le sere con due lire. Poi ho scritto una tesi di dottorato sugli artisti concettuali moscoviti e mi sono riposizionata 700 chilometri più a sud, ma quella San Pietroburgo mi è sempre rimasta scolpita dentro, e l’ho ritrovata più volte grazie a amici-scrittori come Alexandra Petrova, che da tanto tempo vive a Roma e Aleksandr Iljanen.
Nel libro affermi che Vysotskij non può essere annoverato tra i «ribelli» di Mosca. Eppure molti riconoscono una sua progenitura sugli esordi del rock sovietico oltre che alta espressione della dissidenza…
In realtà la mia era un’iperbole: Vysotskij nel suo ribellismo era talmente spontaneo e naturale da sembrare semplicemente una persona che voleva vivere a modo suo. Di certo, con la sua passione per le auto veloci e le belle donne, era molto lontano da certi atteggiamenti ascetici e puritani professati dai dissidenti. Essendomi occupata a lungo di letteratura clandestina sovietica (il cosiddetto samizdat), ho come l’impressione che i paletti posti dalla censura di Stato fossero talmente arbitrari da rendere estremamente estesa e vaga la nozione stessa di ribellione. Ad esempio, gli artisti che nelle sale espositive del Maneggio nel 1962 si sentono dare da Nikita Chruscev dei pidarasy («froci») solo perché avevano osato presentare in mostra dei dipinti astratti erano dei ribelli, oppure no? Probabilmente no, più semplicemente pretendevano di poter creare a modo loro, lontani dai dogmi ormai ritenuti inattuali del realismo socialista, ma mostrando comunque le proprie opere all’interno degli spazi gestiti dallo Stato e addivenendo se necessario a compromessi. Dopodiché in quel determinato contesto, la loro diventava automaticamente una scelta eversiva.
Nel tuo libro ampio spazio è comunque dedicato agli anni ’20. Un anno fa si è celebrato il centenario dell’Ottobre ma il recupero della letteratura russa dei primi anni ’20 resta limitato in Italia a quanto pubblicato negli ’60 e ’70. Quali sono secondo te le ragioni?
In effetti è abbastanza difficile attirare l’attenzione degli editori italiani su autori che non siano di stretta attualità: a essere dimenticati, se ci pensi, non sono solo i primi anni Venti; anche opere fondamentali del periodo immediatamente successivo mancano da tempo dagli scaffali e nemmeno un autore come Viktor Sklovskij è mai stato ripubblicato con sistematicità, per non parlare poi di Anatolij Mariengof… Per quanto riguarda il centenario dell’Ottobre, credo che sia prevalsa la preoccupazione di apparire nostalgici, e infatti non è un caso se l’uscita forse più importante sia stata quella dell’emigrée Cvetaeva (il suo ciclo poetico Il campo dei cigni) Comunque per quanto riguarda il recupero dell’epoca immediatamente post-rivoluzionaria, ci sono novità che fanno ben sperare: di recente è uscito Invidia di Jurij Olesha in una nuova traduzione e con Cevengur pubblicato da Einaudi è riapparso un autore essenziale come Andrej Platonov.


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