Venticinque anni fa nasceva l’Europa che non piace a Salvini


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L’Europa come la conosciamo oggi, piaccia o non piaccia, nacque esattamente 25 anni fa, in una cittadina sfiorata fino ad allora dai grandi avvenimenti storici e portatrice di un nome che, in tempi recenti, si era rivelato essere adattabile alle facili battute.    Il 1 novembre 1993, quando Viktor Orban aveva appena smesso di studiare ad Oxford grazie ad una borsa di studio di George Soros e Matteo Salvini entrava poco più che ventenne nel consiglio comunale di Milano, l’Europa festeggiava quello che percepiva essere un passo avanti irreversibile della sua storia, fatta fino a quel momento di guerre e divisioni. Entrava in vigore il Trattato di Maastricht: nulla sarebbe più stato come prima, nel Vecchio Continente.

Nel cuore dell’Europa

Maastricht è una cittadina di centomila abitanti posta in una lingua di terra che si protende a sud dei Paesi Bassi, a segnare idealmente la strada della lontananza tra quei due vicini rissosi ed irascibili che sono Francia e Germania, nella speranza che esaurito il Belgio si arrivi presto al Lussemburgo.    Il cuore dell’Europa: la vecchia Lotaringia, che nella sua rozza perspicacia Carlo Magno disegnò lungo il percorso del Reno a separare i Franchi Salii e Ripuari dai loro fratelli-coltelli Germani. Non a caso fu a Lotario, signore di questa terra lunga e stretta come il collo di un’oca, che Carlo volle conferire il titolo di Imperatore. Ché Franchi e Germani, una volta appropriatosene, ne avrebbero fatto uso spregiudicato per la loro innata sete di potenza, schiacciando tutti gli altri.

Una pallottola per D’Artagnan

Un destino da vaso di piombo tra vasi di ferro che Maastricht ebbe a subire con pazienza nel corso dei secoli, soprattutto quando il Re Sole non sapeva cosa fare e, racconta Voltaire, per smuovere le cose attaccava la pacifica Olanda. Fu così che proprio a Maastricht, il 25 giugno 1673, una palla di fucile trapassò la gola al signor di D’Artagnan, l’ispiratore di Dumas e dei suoi Tre Moschettieri, causandone la morte.

“Era uomo su cui facevo molto conto”, scrisse il magnifico Luigi XIV alla vedova. La poveretta non poteva dir lo stesso: il caro estinto l’aveva abbandonata tempo prima, per correre dietro alle sue guasconate.

Un precedente inquietante

La Storia concesse a Maastricht la dovuta rivincita per le tante sofferenze subite una volta arrivato il 1989. Franchi e Germani, guidati da due capi tribù chiamati Francois Mitterrand ed Helmut Kohl, si abbracciarono dopo il crollo del Muro di Berlino. La Germania tornava unita; la Francia ebbe la saggezza di non opporsi alla Storia, ma cercò abilmente di condizionarne il corso. Il patto fu: Germania unita sì, ma dentro un’Europa sempre più integrata.
La Lotaringia magari non esisteva più, ma Carlo Magno continuava ad avere ragione.
Per trovare un luogo adatto a simboleggiare la nuova Europa che rinasceva dalle sue stesse ceneri si pensò allora a questa cittadina di confine tra i confini. Non ricordando però che in passato un Consiglio Europeo già lo aveva ospitato, e non era andata molto bene. Complice una enorme partita di uova attaccate dalla salmonella (un’onta per l’Olanda, che è la terza potenza agricola dell’Ue e sa far pesare questo suo posto in classifica) il morbo si sparse tra le delegazioni e i giornalisti al seguito.
Alla fine quell’incontro era passato alle scarne cronache dell’epoca come il Vertice di Gaastricht. Comunque nel clima di eurottimismo degli anni ’90 in pochi fecero caso al precedente inquietante.

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La notte in cui Londra si sfilò

Il 9 dicembre 1991 i capi di stato e di governo dell’Unione (all’epoca ancora detta Comunità Europea, e comprendente 12 paesi contro i 28 attuali) si videro a Maastricht per dare il via alla fase definitiva dell’integrazione continentale. Il lavoro preparatorio, in cui l’Italia aveva svolto un ruolo di primo piano (Giulio Andreotti presidente del Consiglio e Gianni De Michelis ministro degli esteri, sostituiti pochi mesi prima da Giuliano Amato ed Emilio Colombo), aveva dato risultati preziosi, ma complessi.

L’Europa del futuro si sarebbe poggiata, si era stabilito, su “tre pilastri come la facciata di un tempio greco” (che in realtà di colonne ne aveva sempre il doppio). Il primo pilastro sarebbe stato la struttura tecnica e giuridica della Comunità; il secondo la politica estera e di sicurezza comune; il terzo la politica comune di giustizia e affari interni. Tre anche i campi di azione indicati come vitali: la creazione di un’Europa unita dal punto di vista economico e finanziario, un’Europa da una voce sola nel campo internazionale; una Comunità con un’unica impostazione in materia di politiche sociali.
A distanza di anni si può concludere che la prima parte sia stata in buona parte realizzata mentre la seconda non è stata realizzata nemmeno a metà. Quanto alla terza, non è mai nata. Abortita la stessa notte in cui nacque il Trattato di Maastricht.
All’ultimo momento, infatti, si impuntò la Gran Bretagna, guidata all’epoca da una personalità non particolarmente forte come il premier John Major. Sull’integrazione europea Major però le idee le aveva ben chiare, e sapeva che una sola politica sociale per tutti avrebbe significato la fine del modello di sviluppo economico liberista anglosassone, in favore dell’aborrita economia sociale di mercato tedesca o del dirigismo statalista tanto caro a francesi ed italiani.
Il no britannico rischiava di far saltare tutto: vertice ed integrazione europea. Nell’ansia delle trattative notturne fu offerta in contraccambio la possibilità dell’”opting out”, di tirarsi fuori dagli obblighi comuni su un argomento di propria scelta. Major colse al volo l’opportunità. La causa europea era salva, ma anche un po’ azzoppata: era nata l’Europa a due velocità. Ed era anche stato avviato il processo che ha portato al referendum sull’Europa del 23 giugno del 2016.Un rapporto al 3 percento
Il seme della sfiducia reciproca era ormai ben piantato nel terreno su cui costruire la casa comune europea. Ragion per cui, quando il Trattato entrò in vigore 25 anni fa esatti (era stato ufficialmente firmato il 7 febbraio 1992), una Germania sempre più incline al liberismo aveva imposto una serie di norme di garanzia nei confronti dei partner europei considerati un po’ allegri nello spendere. Cinque erano le regole stabilite, e tra queste una è tutt’ora tristemente conosciuta: il rapporto tra deficit e Pil nel bilancio di ogni Paese non deve superare il 3 percento. Chi sfora rimedi, e se non ce la fa da solo arriva la troika di Bruxelles. Pena l’uscita dall’euro.

Tre inutili rimedi

Ecco spiegato molto del dibattito politico di adesso. Anche perché i tre grandi trattati firmati negli anni successivi ben poco hanno fatto per portare chiarezza. Il Trattato di Amsterdam e quello di Nizza hanno cercato, inutilmente, di rafforzare le istituzioni comunitarie, mentre il problema si è rivelato essere un eccessivo entusiasmo nell’allargamento dell’Unione ad Est (come volevano, non a caso, i britannici). Quanto poi al Trattato di Lisbona, l’impostazione liberista dell’economia continentale, nel nome del rigore dei bilanci, ha spianato la strada all’impoverimento del ceto medio europeo, alimentando non poco il sovranismo populista di queste ore.
Non era certo questo lo scopo di Kohl e Mitterrand, per non dire di Carlo Magno. Ma un quarto di secolo può voler dire moltissimo, anche nella storia di un Continente vecchio migliaia di anni.

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Autore dell'articolo: admin