Una parte del Paese vuole convivere e lavorare con le tangenti, dice Cantone


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Davvero “una parte del Paese vuole convivere con le tangenti”, come spiega il presidente dell’Autorità Anticorruzione, l’Anac, Raffaele Cantone e titola la Repubblica l’intervista al Commessario nella sua edizione cartacea? Tra il vicepremier ministro dell’Interno Matteo Salvini e il Cantone è ormai scontro aperto. Anche ieri il primo è tornato a criticare il secondo: “Basta con i paletti, dopo un po’ le imprese chiudono”. Come se la colpa fosse sua o imputabile alle norme contro la corruzione. Maglia, per altro, tutt’altro che stretta se si considera il dilagare delle tangenti e il crescente e ricco sistema che le governa. Quasi un bollettino di guerra.

Quasi mesto, Cantone confessa al quotidiano che “il fatto che le imprese chiudano preoccupa anche me. C’entrano, però, poco i controlli. I dati dimostrano che gli appalti sono aumentati, a fermare i cantieri è altro…”, dice il commissario che quasi si stupisce per il tenore del crescente fastidio verso le regole e per gli attacchi all’autorità. Però prova anche a darsi una spiegazione: “Credo sia stata fatta passare l’idea che l’Anticorruzione aumenti il peso della burocrazia. Quando domando ‘Perché?’, non mi danno risposte o mi indicano cose che non dipendono da noi. Però così si diffonde il concetto che il problema non sono le tangenti ma l’anticorruzione, come Autorità e come movimento di pensiero. E questo viene usato strumentalmente da chi vuole le mani libere, ma soltanto sui fondi pubblici”.

Pur riconoscendo che il Parlamento ha approvato con lo Sblocca Cantieri “una legge molto rigorosa in materia”, Cantone tuttavia osserva che ciò che lo preoccupa in certi ragionamento è “l’idea che le regole non siano considerate un meccanismo utile per lo sviluppo di una normale società democratica, ma un impedimento”. E secondo Cantone è, questo, “un messaggio lanciato non solo da una parte della politica ma anche dell’imprenditoria e delle associazioni professionali”.

Come nel 2001, con la campagna per la deregulation “e le tante semplificazioni proposte negli anni che non hanno né risolto la lentezza dei cantieri né tantomeno evitato la corruzione, anzi purtroppo l’hanno amplificata”.

Insomma, l’Italia è un Paese che preferisce convivere con il sistema delle tangenti?, chiede l’intervistatore. Alla domanda Cantone risponde che “nel dibattito politico e imprenditoriale sempre più spesso la modalità del fare viene considerata prevalente sul come si fa. Rischia di passare la suggestione, già teorizzata in passato, che con certi sistemi di malaffare si possa convivere. E questa cultura del fare a tutti i costi giustifica il ruolo dei ‘facilitatori’, quelle figure che per superare un problema non mettono in campo soprattutto il bagaglio di relazioni e spesso di rapporti illeciti”.

Secondo il Commissario dell’Anac proprio “grazie a questi ‘facilitatori’, che si muovono borderline in vari mondi, il denaro delle mafie entra nell’economia attraverso un canale che spesso è difficile ostacolare con gli strumenti antimafia. Perché non usano l’intimidazione e la violenza tipiche dei boss, ma le bustarelle. La presenza sempre più massiccia della criminalità organizzata nell’economia si intuisce dall’aumento delle interdittive antimafia. Crescono di anno in anno, anche per una maggiore attenzione delle prefetture del Nord, lì dove prosperano gli investimenti”.

I numeri della corruzione

E infatti in materia di corruzione i dati che provengono dalle statistiche internazionali sono allarmanti. In particolare, in ambito Ocse, l’Italia è ritenuto il Paese con il più alto tasso di “corruzione percepita”, come emerge da una ricerca curata dall’Eurispes resa pubblica lo scorso gennaio. Un dato che sfiora il 90% e “rischia di provocare conseguenze concrete sull’economia nazionale in termini di fiducia nelle istituzioni e nei mercati” secondo il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, quando al Senato ha presentato la relazione sull’amministrazione della giustizia ricordando che “secondo la Banca Mondiale la corruzione costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo economico e sociale degli Stati, incidendo negativamente sulla crescita in misura stimata tra lo 0,5 ed l’1% annui”.

Tanto che nell’ultima graduatoria di Transparency International, l’Italia è al 69esimo posto, mentre l’85% degli italiani è convinto che “istituzioni e politici abbiano a che fare con la corruzione”. Tanto che l’Istat nel suo ultimo Rapporto sulla corruzione in Italia, secondo il punto di vista delle famiglie, stima che il 7,9% delle stesse “abbia ricevuto richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni nel corso della vita; il 2,7% le ha ricevute negli ultimi 3 anni, l’1,2% negli ultimi 12 mesi”. In tutto, si tratta di 1 milione 742 famiglie. 

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Autore dell'articolo: admin