Una nuova era nel trattamento della fase acuta dell’ictus cerebrale


Una nuova era nel trattamento della fase acuta dell'ictus cerebrale



Secondo i dati dell’Osservatorio Ictus Italia, nel nostro paese l’ictus (o “stroke”) cerebrale colpisce circa 120mila persone ogni anno. Al pari di quanto accade in tutti i paesi sviluppati, rappresenta la terza causa di morte (o la seconda in base ad altre stime) dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, e soprattutto è la prima causa assoluta di disabilità: oltre 1/3 dei pazienti colpiti da patologia cerebrovascolare, infatti, sopravvive con severi deficit motori, cognitivi o di linguaggio, con una perdita pressoché totale dell’autonomia nelle comuni attività di vita quotidiana.

Con il progressivo aumento dell’età media della popolazione, queste cifre sono purtroppo destinate a crescere, con un impatto sempre più gravoso, anche dal punto vista economico, per le famiglie, le comunità ed il Sistema Sanitario nazionale. Pertanto eventi come la Giornata mondiale sono fondamentali per promuovere campagne di sensibilizzazione su temi quali la prevenzione e le possibilità di cura e terapia delle patologie cerebrovascolari.

Negli ultimi anni, i progressi fatti nel trattamento acuto dell’ictus cerebrale (nella fattispecie quello di natura ischemica, che rappresenta circa l’80% di tutti gli ictus) sono stati notevoli, se si considera che non più di 20 anni fa l’ictus era considerata una patologia praticamente intrattabile. Partendo dal concetto “time si brain” (il tempo è cervello), più tempestivo è l’intervento più cellule nervose vengono salvate dal danno ischemico, riducendo così (o addirittura azzerando) il rischio di avere delle sequele fisiche disabilitanti. In base alla procedure standard attuali, la finestra temporale per un possibile intervento terapeutico è racchiusa entro le 4,5-6 ore: entro questo lasso di tempo, infatti, i medici possono praticare la trombolisi, cioè la somministrazione endovenosa di farmaci capaci di disgregare il trombo che ha ostruito le arterie cerebrali provocando così l’attacco ischemico, e subito dopo la trombectomia meccanica, cioè la rimozione chirurgica per via endovascolare del trombo quando questo occlude uno dei grassi vasi arteriosi presenti all’interno del cranio.

Per tale motivo, è di vitale importanza riconoscere il più precocemente possibile i sintomi di un ictus cerebrale (tra i più comuni: difficoltà nel parlare, mancanza di forza in un arto, deviazione della bocca) e conoscerne l’esatta ora di esordio (nella pratica clinica l’ultima volta in cui il soggetto è stato visto in buone condizioni di salute), in modo che i pazienti possano ricevere in tempi brevi le cure appropriate. 

La possibilità di effettuare una trombolisi e/o una trombectomia è strettamente legata all’intervallo temporale: oltre le  4,5-6 ore queste procedure potrebbero risultare del tutto inefficaci e potenzialmente dannose per il paziente (aumentando il rischio di sanguinamento all’interno del cranio o in altre sedi corporee). Pertanto quando i sintomi di un ictus cerebrale si manifestano al risveglio, e diventa quindi impossibile stabilire con esattezza quanto tempo è passato dall’esordio della patologia (che convenzionalmente si fa risalire all’ora in cui il paziente è andato a dormire), tali interventi urgenti almeno per il momento non possono essere praticati.

Recentemente, però, due eccellenti lavori pubblicati entrambi sulla nota rivista scientifica ‘The New England Journal of Medicine’ hanno aperto un nuovo spiraglio nel trattamento dell’ictus ischemico (ed in particolare per le situazioni sopradescritte) riportando i risultati di due importanti trial internazionali, il DAWN ed il DEFUSE 3. Ambedue i trial, infatti, hanno dimostrato che in gruppi selezionati di pazienti (cioè quelli con una lesione ischemica ancora circoscritta e con determinate caratteristiche radiologiche) la trombectomia meccanica può essere effettuata con una certa sicurezza anche sino a 24 ore dall’esordio dei sintomi, con risultati favorevoli in termini di deficit clinici e neurologici residui dopo il trattamento. Sebbene questi studi abbiano alcune limitazioni (in primis l’esiguo numero dei pazienti reclutati e trattati), i risultati ottenuti ci proiettano sicuramente in una nuova era nel trattamento della fase acuta dell’ictus cerebrale, dove il fattore tempo potrebbe non costituire più un limite invalicabile.  

(Riccardo Di Iorio)

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