Un tumore al seno, poi la chemio. Ho sofferto e pianto per quattro anni, poi grazie a due donatrici il mio sogno di diventare madre si è realizzato. La malattia come opportunità? Assolutamente sì


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L’asciugamano azzurro. È caldo in bagno. Dopo la doccia ho sempre la pressione particolarmente bassa. Mi siedo sul water e mi strofino la testa. Eccoli sull’asciugamano azzurro. Ci siamo. Me l’avevano detto, sapevo che sarebbero caduti, ma non sapevo come sarebbe successo. Succede che te li trovi in mano, non stanno più attaccati alla cute ma a tutto ciò che li tocca. I capelli.  «Hai un gonfietto qui». È il 22 ottobre, mercoledì, e stranamente siamo andati a letto presto. Ci diamo la buonanotte e Mauro sente qualcosa. Mi tocco il seno sinistro. Non è possibile. Sento con le dita una pallina dura, altro che gonfietto.

Non è possibile. Tumore. Mamma. Cancro. È troppo presto. Gonfietto. Pallina dura. Nel mio seno. 28 anni. Statistiche di persone che si ammalano e muoiono. Non ce la faccio. È ancora lì. E ora? Ieri sera abbiamo fatto l’amore, mi ricordo bene di essermi toccata il seno e non si sentiva nessuna pallina. Rimaniamo a letto. Mauro cerca di rassicurare entrambi, inutilmente. Cosa può essere? Un’irritazione, un foruncolo. Un tumore, come quello della mamma. Sono impreparata, troppo giovane. Cerchiamo di convincerci che niente di preoccupante può nascere e crescere da ieri a oggi. È impossibile rimanere a letto. Sono le undici di sera e l’unica cosa da fare è andare al pronto soccorso, lì c’è sempre qualcuno. È iniziata così la mia storia, quindici anni fa.

Durante l’estate avevo pregato intensamente per avere un figlio, anche se ero cosciente di non avere accanto la persona giusta, ma era un desiderio troppo forte per metterlo a tacere. Invece di un bambino mi era venuto un tumore. Ancora non capivo come fosse possibile, ma sentivo che questa era la mia strada: per avere una famiglia felice dovevo passare attraverso questa sofferenza.  Non ho mai avuto paura di morire, ho accettato la malattia come un’immensa occasione per prendere in mano la mia vita, osservarla, conoscerla e determinare come avrei vissuto, dove e con chi.  Ero sempre di fretta, riempiendomi le giornate con programmi serrati fin dalle elementari, quando iniziai a studiare pianoforte, poi conservatorio, liceo, università.

Tutto sempre di corsa, con aspettative altissime e una gran fatica per non deludere prima di tutto me stessa. Che fatica. Avevo iniziato a praticare il buddismo da due anni e ora la mia vita mi diceva: Stop! Ok, grazie. Non mi sarei fermata altrimenti.  Iniziai a recitare il mantra Nam Myo Ho Renge Kyo prima per proteggere la mia vita (quando mi operai il carcinoma era grande come un uovo e nessun linfonodo era stato attaccato dalla malattia!), poi per ringraziare. Non riuscivo a pronunciare la parola chemioterapia neanche con il pensiero, mi  terrorizzava. Una persona che aveva affrontato il cancro prima di me mi consigliò di recitare il mantra pensando che la chemio per me potesse essere come l’amrita, il nettare divino che dona vita eterna.

Non lo capii ma mi fidai. Dopo qualche mese mi resi conto che avevo iniziato a prendermi cura della mia vita, partendo dalla gratitudine, per arrivare a curare ogni aspetto, sviluppando un forte senso del rispetto. In questi quindici anni ho conosciuto mio marito, ho cambiato lavoro e casa più volte e sono ancora in cammino. Dopo un anno e mezzo di chemioterapia (dal 2004 al 2005) non c’era rimasto molto delle mie ovaie.

Per una donna rimasta senza seno e capelli, non riuscire ad avere figli è ancora più umiliante, mi sentivo una donna inutile. Ho sofferto e pianto per quattro anni fino a quando ho avuto la fortuna di rimanere incinta per due volte al primo tentativo. Non finirò mai di ringraziare le due donatrici che hanno permesso di realizzare il mio sogno di diventare madre.

La malattia come opportunità? Assolutamente sì!

F.B.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin