Un rapporto sostiene che lavorare per H&M significa fare la fame


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 dycj / Imaginechina


 Un negozio H&M in Cina




Centocinquanta negozi in Italia, circa 4.000 nel mondo. Un’azienda storica, fondata nel 1947 dallo svedese Erling Persson e chiamata in principio semplicemente Hennes, che in svedese significa “per lei”. In principio gli abiti in vendita erano solo rivolti all’universo femminile, poi nel 1968 Persson acquisì a Stoccolma il negozio di attrezzatura e abbigliamento per caccia e pesca Mauritz Widforss, e si aprì al mercato della moda maschile. Cosa vi dicono le iniziali di Hennes & Mauritz? Bravi, proprio lui, il marchio con cui siamo abituati a chiamarli noi: H&M, pronunciandola all’inglese (‘heicendem’) che è sbagliata quanto quella all’italiana ‘accaeemme’.

Un’industria, un marchio leader nel settore della moda, specie quella a buon mercato; tutti amano H&M, fonte inesauribile di idee per rimpinguare il nostro armadio specie quando in tasca abbiamo pochi spicci. Ma, come diverse altre aziende legate al mondo della moda, nasconde un segreto, e lo nasconde in luoghi lontani, dove persone vivono situazioni di enorme disagio per permetterci di acquistare una t-shirt a prezzi ragionevoli.

L’accusa

Un report pubblicato da Repubblica rivela dettagli agghiaccianti sulla vita dei dipendenti H&M nelle fabbriche di India, Turchia, Cambogia e Bulgaria. Il problema vero è quello dei salari, irrisori secondo uno studio condotto da abitipuliti.org, sito della campagna “Abiti Puliti”, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, una rete di più 250 partner che mira al miglioramento delle condizioni di lavoro e al rafforzamento dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda globale.

Il problema salari è al centro di una lotta che dura ormai da molti anni contro l’azienda svedese, che il 25 novembre del 2013 promise di adeguarli a quello che loro stessi definirono un trattamento “dignitoso ed equo” entro il 2018. Un salario che, come si legge sul sito della campagna “costituirebbe uno sviluppo rivoluzionario, considerando che quelli da fame rappresentano tutt’ora la norma in tutto il settore, compresa la catena di fornitura di H&M”. “Sono paghe ben distanti da quello che dovrebbe essere un salario in grado di consentire al lavoratore e alla sua famiglia di condurre una vita decente, avere una dieta sana, un alloggio adeguato, accesso alle cure mediche, all’istruzione e ai trasporti, nonché una somma aggiuntiva da poter usare in caso di imprevisti”.

In 5 anni nulla è cambiato

Durante i cinque anni trascorsi da quell’annuncio, secondo il rapporto H&M si è dimostrata particolarmente opaca circa i suoi piani, tanto da far pensare che quello del 2013 fosse stato solo uno spot pubblicitario per tenere buona la coscienza dei clienti preoccupati dalle condizioni di lavoro degli operai. “Attualmente” si legge su abitipuliti.org “i salari medi delle fabbriche dei fornitori di H&M in Bangladesh, Myanmar, Cambogia e India sono solo leggermente superiori ai salari minimi nazionali. In Bangladesh, per esempio, H&M sostiene che i lavoratori della sua catena di fornitura guadagnano in media 87 dollari al mese, che è addirittura inferiore alla soglia di povertà stabilita della Banca Mondiale di 88 dollari al mese. L’effetto è che i lavoratori e i loro figli soffrono di malnutrizione. Le stime di quanto dovrebbe essere il salario dignitoso variano, ma in media indicano tutte che in Bangladesh dovrebbe essere di almeno il triplo per garantire una vita dignitosa”.

I salari minimi chiaramente non sono decisi dalle aziende occidentali che delocalizzano, ma dai governi nazionali, che per paura di far fuggire i grandi marchi dal loro Paese, giocano al ribasso a spese dei lavoratori. Le testimonianze che arrivano da quei luoghi sono terrificanti: “I salari sono così bassi che dobbiamo fare gli straordinari per coprire i nostri bisogni primari” ha raccontato un lavoratore di H&M in India.

“Sai quando entri, ma non quando esci” 

Le ore di straordinari in tre delle sei fabbriche coinvolte nell’inchiesta spesso superano il limite massimo legale e lavorare di domenica è frequente in tutti e quattro i Paesi in cui si è svolta la ricerca. In Bulgaria addirittura i lavoratori hanno raccontato di dover effettuare gli straordinari solo per raggiungere il salario minimo legale. “Entri in fabbrica alle 8 di mattina, ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente” ha rivelato un lavoratore della Koush Moda, fornitore di H&M in Bulgaria.

Una situazione che collide con i profitti di H&M: 2,6 miliardi di dollari l’anno. Situazioni di lavoro assurde dove gli svenimenti per le troppe ore di lavoro e la malnutrizione sono all’ordine del giorno. Secondo la ricerca, “un terzo delle donne intervistate in India e due terzi in Cambogia sono svenute sul posto di lavoro. Una lavoratrice in India ha raccontato di essere stata accompagnata dai suoi compagni in ospedale per un’emorragia interna dopo aver sbattuto contro un macchinario mentre perdeva i sensi.

Svenire di lavoro

Le lavoratrici bulgare parlano degli svenimenti come di eventi quotidiani. Nel 2016 i lavoratori sono scesi in piazza per la prima volta, ma sono bastate poche promesse da parte dell’azienda per placare gli animi e far tornare tutti al loro posto. “Sapevamo che H&M non avrebbe mantenuto il suo impegno, ma ciò che abbiamo trovato a livello di salari e di condizioni di lavoro nelle fabbriche della sua catena di fornitura è davvero scioccante. H&M deve intervenire immediatamente per porre fine allo scandalo dei salari da fame e delle violazioni dei diritti dei lavoratori” ha dichiarato Bettina Musiolek della Clean Clothes Campaign.

La difesa di H&M

Ma l’azienda non sta a guardare e risponde in maniera decisa alle accuse: “Il gruppo H&M ha avviato da diversi anni un dialogo con Clean Clothes Campaign su come creare un cambiamento sistemico nel settore tessile. Rispettiamo la loro opinione (…) ma non condividiamo il loro punto di vista sull’industria tessile e su come ottenere i migliori risultati”. Due le contestazioni del gruppo: “in primo luogo non esiste un livello universalmente accettato per i salari di sussistenza; in secondo luogo i livelli salariali dovrebbero essere definiti e fissati dalle parti nel mercato del lavoro, attraverso negoziati equi tra datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori, non da marchi occidentali”.

H&M dice di seguire la strategia di salario equo e solidale lanciata nel 2013 in 600 fabbriche in cui lavorano 930.000 persone. Tutti i fornitori devono firmare il nostro Sustainability Commitment perché paghino ai loro dipendenti almeno il salario minimo, le ore di straordinario siano entro i limiti legali e correttamente compensate e rispettino la legge nazionale.

Che succede se non rispettano i patti? “Se riscontriamo violazioni” fa sapere la società, “intraprendiamo immediate azioni. Se il fornitore non apporta i miglioramenti necessari, poniamo fine al rapporto commerciale”.

Il problema, però, è la consistenza di quei salari minimi consentiti, che secondo la campagna non bastano a garantire una vita anche vagamente decente. 

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Autore dell'articolo: admin