Un Paese dove la vita vale il prezzo di una moto. Silvia rapita, XV giorno. 


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 Foto: Facebook 


 Silvia Costanza Romano




Il rapimento non è la modalità più comune per estorcere denaro in Kenya. Ne è convinto Andrea Bollini, rappresentate di Amref in Kenya, sentito dall’Agi in merito al sequestro della giovane italiana Silvia Romano, rapita nella contea di Kilifi, il 20 marzo scorso. Questo, tuttavia, non significa che i rapitori non siano dei criminali comuni, magari ben organizzati. Bollini si “augura che siano dei disperati” – piuttosto che uomini legati al gruppo terroristico somalo al Shabaab – anche se risulta difficile che dei disperati siano così ambiziosi da mettere in atto un rapimento di questo genere e trattare un riscatto.

Il rappresentante di Amref, organizzazione nata 61 anni fa proprio in Kenya, ci spiega che, nonostante il Kenya dal 2014 sia diventato un paese a medio reddito, persistono delle “sacche di povertà marcata e questo fa sì che vi siano degli obiettivi che diventano degli assegni viventi”. Sacche di povertà marcate in particolare a Nairobi, con le sue numerose baraccopoli: si calcola che in queste aree vivano più di 2 milioni di poveri, ammassati in agglomerati fatti di casupole con fogne a cielo aperto. Ma la povertà si avverte con forza anche in alcune zone rurali, con forti contrasti: come la contea di Kilifi, teatro del rapimento di Silvia, dove a una costa ricca fatta di resort per turisti fa da contrasto l’entroterra rurale con scarse risorse.

Paese giovane, paese disperato

“Tutto il Kenya è pericoloso – continua Bollini -, la ricchezza è mal distribuita. Slum e zone rurali sono ugualmente pericolose, con pericoli di natura diversa. È evidente che in questo contesto si possono verificare situazioni che non è possibile gestire solo con il buon senso, ma ci vogliono altri strumenti”. Il paese è pericoloso in particolare dove operano i volontari delle Ong, aree dove il bisogno è maggiore e la sicurezza, spesso, è minore.

Un problema spinoso, per il Kenya, come per molti altri paesi africani, è rappresentato dai giovani che non vedono prospettive per il futuro e le prospettive le cercano in guadagni facili, alimentando il crimine. “Non vi è controllo sulla gioventù – spiega il rappresentante di Amref -. Giovani che si vendono per il costo di una motocicletta, per 3-4mila dollari”. Bollini tiene a sottolineare che il rapimento della giovane cooperante italiana è un “argomento spinoso, e il coordinamento delle Ong, il Coike (Coordinamento ong italiane in Kenya), ha deciso di tenere un profilo basso, proprio per non interferire con gli sviluppi dell’indagine. Noi, come coordinamento, ci interfacciamo con l’Ambasciata italiana e il consolato”.  

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Kenya, 2011. Habiba Adbullahi Yunus siede con le sue figlie di 10 e 7 anni nella sua casa nel villaggio di Bulla Iftin, alla periferia di Garissa. La donna Yunus si e’ rifiutata di sottoporre le bambine all’escissione

L’offensiva del terrorismo islamico

Il Kenya dal 1998 ha subito attacchi molto forti, e anche eclatanti, da parte dell’estremismo islamico. A partire dall’attentato all’ambasciata americana, a quello del centro commerciale e all’università di Garissa. Ma vi sono stati altri attacchi, come ai pulmini, in Kenya li chiamano “matatu”, sulle vie di collegamento in diverse parti del paese, come sull’asse stradale della costa che raggiunge il confine con la Somalia, “ed è oggettivo che questi attacchi abbiamo come matrice l’estremismo religioso. E l’impatto è paragonabile ad attacchi alle metropolitane dell’Occidente”. Vi è comunque fiducia sul fatto che sequestro di Silvia Romano si risolva in maniera positiva, anche perché in Kenya “il meccanismo di intelligence è avanzato”, conclude Bollini.

 

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