Un neokeynesiano alla prova del Navigator


Mentre la campana dell’economia italiana continua a suonare a morto – l’Istat segna un -7,3% per il fatturato dell’industria su base annua – e quindi le previsioni su crescita e debito sono sempre più a rischio di smentita, i due dioscuri del governo sono riusciti a trovare una quadra per la Presidenza dell’Inps. Il ticket inizialmente previsto, che vedeva nella carica di presidente Mauro Nori, sponsorizzato da Salvini e in quella di vice Pasquale Tridico, consigliere di Di Maio è stato ribaltato anche se resta incompleto.

Via libera a Tridico come Presidente (e commissario per il periodo di transizione), ma Nori, che è stato tempo addietro direttore generale dell’Istituto, sembra rifiutare la poltrona di vice, ritenendo non valorizzate le proprie competenze e limitato il proprio raggio di azione.

La carica, secondo l’immarcescibile manuale Cencelli, spetta alla Lega, ma ancora non si sa a chi. Nel frattempo nel ruolo di sub commissario verrà insediato Francesco Verbano, già segretario generale del ministero del Lavoro e poi consigliere dell’allora ministro Maurizio Sacconi. Il commento, fin troppo facile, data anche la successione subitanea dei tempi è che il M5Stelle sia passato a «batter cassa» (avrebbe detto un Marco Pannella redivivo) dopo il salvataggio di Salvini sull’affaire Diciotti. Non vi è ragione di dubitarne. Ma non solo. Ormai, se mettiamo insieme le varie nomine che vi sono state in questo periodo, dalla Rai all’Istat, passando per la Consob, aggiungendovi la pesante offensiva in atto contro i vertici di Bankitalia, possiamo constatare che non siamo di fronte al semplice e tradizionale spoil system, ma a una metodica occupazione dei posti chiave dell’apparato statale da parte dei due partiti al governo.

La dittatura della maggioranza a trazione leghista sta costruendo un regime, passo dopo passo, ma con rapidità e decisione. Come diceva Giulio Tremonti nei tempi del suo massimo fulgore: «Il vero potere, quando stai al governo, non consiste nel piazzare un fedelissimo a capo dell’Eni, ce l’hai se controlli l’Istat». Se tutti e due meglio naturalmente. Ma intanto il controllo sul flusso dei dati riguardanti i conti pubblici è decisivo per costruire un’immagine tranquillizzante in patria e all’estero.

Proprio sui dati si erano manifestati i maggiori scontri tra Tito Boeri e il governo pentaleghista, da quelli sui versamenti dei contributi degli immigrati che poi non godono della pensione, a quelli sulla futura applicazione di quota 100.

Nello stesso tempo non si può dire che Tridico sia un semplice uomo di paglia.

Come sappiamo era inizialmente indicato come potenziale ministro del lavoro. Vi ha rinunciato per «incompatibilità ideologica» con i salviniani, come esplicitamente da lui detto, e perché era sparito dal contratto di governo la reintroduzione dell’articolo 18. Di questo gli va dato atto. Poi ha lavorato all’elaborazione di un reddito di cittadinanza che tale non è, malgrado i suoi tentativi di difenderlo a spada tratta, per tutte le ragioni più volte esposte su questo giornale, ulteriormente aggravate dalla guerriglia degli emendamenti cui il provvedimento è stato sottoposto dai leghisti, tra cui spicca l’aumento da 8 a 16 ore destinate a «lavori di pubblica utilità».

Tridico si troverà a gestire in qualità di presidente dell’Inps – ed è lì per quello -– una misura già largamente compromessa rispetto ai nastri di partenza. Senza contare che anche per implementare un sistema di workfare, quale quello cui si ispira il progetto in questione, ci vogliono strutture che non esistono ancora nel nostro paese. Né è detto che siano desiderabili per la funzione di controllo cui sono destinate. L’escamotage dei navigators assunti a tempo determinato la dice lunga al riguardo non solo di questo settore ma di come si intende ulteriormente demolire la qualità della pubblica amministrazione.

Tridico ha una formazione di tipo più lavorista che previdenziale. Non sarà semplice per lui guidare un sistema pensionistico pubblico che continua ad essere in forte attivo, l’1,8% del Pil, se si fa riferimento alla parte strettamente previdenziale. Tridico si è occupato, nel suo lavoro di docente a Roma Tre di Economia del lavoro e di Politica economica, dell’aumento delle diseguaglianze mostrandosi sensibile ad un approccio neokeynesiano, insistendo molto sulla necessità di investimenti pubblici, consapevole che solo dal lato redistributivo il problema non si risolve.

Predica bene, ma razzola male? Non sarà privo di interesse valutare il suo percorso a fronte di una manovra economica del governo ove di investimenti innovativi non vi è nemmeno l’ombra. Forse è anche per questo che il sottosegretario leghista Durigon ha subito dichiarato che è finita l’epoca di un uomo solo al comando. A meno che non si chiami Salvini.


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