Un intervento sbagliato dopo una frattura mi ha reso la vita difficile. Ma ho trovato una forza interiore fino ad allora sconosciuta e ho reagito. Adesso la scrittura è la mia medicina


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Il ragazzo accanto al letto mi colpì per la serenità con cui affrontava il momento. In ospedale era sdraiato sul lettino rigido e minuscolo accanto al mio. Mi chiese cosa fosse successo. «Frattura», dissi . «E tu?», chiesi. Rispose sorridendo: «Incidente in moto. Speriamo la moto stia meglio di me» aggiunse sorridendo, poi allungò la mano per stringere la mia, in un gesto di affettuoso incoraggiamento. Nel frattempo un infermiere spingeva il suo lettino verso la sala operatoria.

Pensai …. ci sono persone che anche se non conosci senti vicine, con lui fu così. Ripresi conoscenza dopo molte ore, durante l’intervento era stata recisa l’arteria tibiale.

I pochi giorni da trascorrere in ospedale divennero mesi. In un primo momento fu come accadesse a qualcun’altro, non capita a tutti mi chiedevo, perché proprio a me. L’aiuto che mi fu dato dalla famiglia fu un silenzio simile alla compassione. Ero in piena crisi con me stessa, tollerare una situazione così nuova un rapporto nuovo con me stessa, non solo fisico, ma di autonomia personale mi costava una fatica enorme.

Con una forza interiore, a me sino ad allora sconosciuta, riuscii con la complicità di un anziano tecnico ortopedico a sostenere il piede in una calzatura adatta.  Tuttora riconosco in lui il mio Angelo Custode.

Feci domande di assunzione e colloqui che sostenevo, nascondendo con pantaloni larghi gamba e scarpe sfruttando un viso bello e solare che la natura mi aveva donato. Fui assunta in una società multinazionale americana, con una sensibilità e capacità d’ascolto che la malattia aveva acutizzato, assegnata all’ufficio Risorse umane. Questo cambiamento di vita si rivelò la più efficace delle medicine, dandomi le possibilità economiche di curarmi.

Sono trascorsi anni da allora, non ho mai portato con me la malattia, quando vengo osservata con curiosità scrivo ciò che leggo negli sguardi della gente che mi osserva, sguardi in cui la maggior parte delle volte, non mi riconosco.

Trasferire la realtà che mi circonda su un foglio bianco cercare aggettivi, verbi comporta un tempo che mi aiuta a riflettere tranquillizzandomi.  Dopo, rileggendo ciò che scrivo, sia il dolore che la gioia si attenuano. Mi sono resa conto che anche la malattia più insopportabile alla fine deve essere sopportata. Il futuro è un cielo scuro tuttavia anche il passato poteva esserlo, ma così non è stato.

G.D.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin