Un gasdotto che ancora non c’è minaccia la luna di miele tra il Salento e M5s


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Cristiano Minichiello / AGF 


 Una manifestazione dei sindaci No-Tap davanti a Montecitorio nel 2017




Nel Salento esplode l’ira contro il Movimento 5 stelle dopo il via libera del governo al Tap, che i 5 stelle avevano promesso di bloccare.

Bandiere del movimento bruciate in piazza, certificati elettorali stracciati, slogan al vetriolo, riporta il Corriere rifiuto dei politici che qui hanno raccolto valanghe di voti facendo campagna contro il gasdotto, a cominciare dalla pugliese Barbara Lezzi, ministra per il Sud: “Vattene dal Salento”, urlano i manifestanti che si sono ritrovati stamattina a San Foca di Melendugno, punto designato di approdo del Tap.

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Tra i No Tap delusi corre il passaparola: Salvini ha rispettato la parola sullo stop ai migranti, M5s ha tradito quella sul Tap. In piazza ci sono anche dieci sindaci del territorio, a cominciare da Marco Potì, primo cittadino di Melendugno, come scrive La Stampa .

Il sindaco che palude a Salvini

E’ lui a dare voce a quello che si dice tra i manifestanti: “Il ministro Salvini, che fa parte di questo governo – afferma il sindaco – ha preso l’impegno di non fare entrare le navi nei porti italiani e lo ha mantenuto violando Trattato di Dublino, e in quel caso non ci sono soldi ma vite umane in gioco, mentre Di Maio e Conte non hanno il coraggio e la volontà di fermare quest’opera, definita giustamente una follia ingegneristica”.

Potì assicura che la battaglia contro il gasdotto non si ferma: “Continueremo a ricorrere in sede giudiziaria, sia amministrativa che penale. Ci sono tre o quattro indagini aperte su questo progetto da parte della Procura di Lecce, visto che si parla di legittimità dell’opera. Quindi, indagini in corso e incidente probatorio per la pericolosissima centrale di Melendugno. Noi faremo ciò che ci consente di fare la Costituzione italiana, cioé manifestare, ricorrere alla magistratura e fare comprendere a che deve prendere decisioni che quest’opera è una follia e uno stupro per il Salento”. Oltre alla bandiera pentastellata, è stato dato alle fiamme anche il manifesto in cui i parlamentari grillini del Salento sono stati invitati a dimettersi, come ricorda Repubblica.

Emiliano ci ripensa

Non è a San Foca, ma si fa sentire su Twitter il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. E i toni sono durissimi: “La delusione che provo per il voltafaccia del M5S su Ilva/Tap è davvero devastante. Bugiardi e spregiudicati nel dire agli italiani: ‘che volete? Non sapevamo che cazzo stavamo a di”. E hanno anche consegnato i nostri voti progressisti alla Lega Nord”.

Emiliano ribadisce: “Se spostiamo l’opera di 30 km a nord non c’è nessuna penale e nessun risarcimento. La localizzazione spetta al Governo italiano e neanche un metro di tubo è stato calato in mare o sul territorio italiano. Non ci sono pericoli di danni”.

Eppure fino a poche settimane fa il presidente della Regione Puglia aveva lanciato un appello all’ex parlamentare M5s Alessandro Di Battista perché lo aiutasse nella battaglia contro il Tap. Appello respinto al mittente. 

Le opposizioni colgono la palla al balzo: “Le promesse M5s si squagliano come neve al sole”, attacca l’azzurro Malan. 

Come era andata il M5s alle elezioni di marzo

Gli elettori salentini, come scriveva all’indomani delle lezioni di marzo 2018 Affarti Italiani avevano premiato il Movimento 5 Stelle e affondato i big della politica, da Massimo D’Alema (LeU) al vice ministro Teresa Bellanova (Pd), fino a Dario Stefàno (Pd), Rocco Palese (Forza Italia) e Luigi Vitali (Forza Italia).

Malgrado lo scandalo dei mancati rimborsi. Il responso delle urne aveva punito i nomi di spicco della politica, nessuno dei quali nei collegi uninominali era riuscito a imporsi sui candidati del Movimento 5 Stelle: Michele Nitt, Barba Lezzi e Iunio Valerio Romano.

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