Tutti i guai di Facebook: il calendario nero del 2018


facebook 2018 anno nero

  (Afp)


 Mark Zuckerberg




Un anno orribile. Difficile definirlo in altro modo. Mese dopo mese Facebook ha visto affastellarsi problemi e perdite finanziarie.

Dall’attacco di Soros fino ai ripetuti furti di dati, passando per Cambridge Analytica, ecco cosa è successo e quanto è costato a Facebook e a Mark Zuckerberg.

Gennaio: lo schiaffo di Soros

Il 2017 era stato complesso: Zuckerberg aveva ammesso l’esistenza di molti problemi esclusi o minimizzati in passato. Il 2018 inizia con un profilo insolitamente basso. L’11 gennaio Facebook annuncia cambiamenti all’algoritmo che privilegino “interazioni significative” con amici e familiari, a scapito delle pagine. Per arginare fake news e gruppi d’influenza, il social decide di buttare il bambino con l’acqua sporca. Il 25 gennaio Facebook riceve l’inatteso attacco di un suo azionista. George Soros si presenta al World Economic Forum di Davos e definisce il social network e Google “una minaccia” che “ostacola l’innovazione”. L’esternazione non va giù a Menlo Park. Che inizierà a raccogliere informazioni su Soros. Una mossa che provocherà, a distanza di qualche mese, l’ennesimo imbarazzo.

Febbraio: lividi per Zuckerberg 

Febbraio è un mese tranquillo. L’ultimo. È segnato però da una copertina che racconta un periodo difficile, senza immaginare che ne avrebbe anticipato uno terribile: Wired dedica il numero ai “due anni che hanno scosso Facebook”. In prima pagina c’è un Mark Zuckerberg pieno di lividi, tagli e cerotti. Eppure i colpi più duri devono ancora arrivare.

Marzo: Cambridge Analytica

Il 17 marzo The Observer pubblica l’inchiesta su Cambridge Analytica. La fonte è un ex dipendente, Christopher Wylie. La società d’analisi che ha indirizzato la campagna presidenziale di Donald Trump ha utilizzato i dati di decine di milioni di utenti senza il loro consenso. Nessuna furto: Cambridge Analytica ha sfruttato la disinvoltura di Facebook, che aveva concesso al ricercatore Aleksandr Kogan di raccoglie i dati con la propria app. Peccato che Kogan giri tutto a Cambridge Analytica. Parte la slavina, che prende volume sia per i fatti che per la gestione di Mark Zuckerberg. Per giorni il ceo resta in silenzio. Poi allunga la storica lista dei suoi “scusate”. Il 20 marzo il co-fondatore di WhatsApp Brian Acton, che aveva lasciato il gruppo qualche mese prima per divergenze con Zuckerberg sulla gestione dei dati, scrive su Twitter: “È il momento. #Deletefacebook”. Inizia la campagna “Cancella Facebook”. 

Aprile: Zuckerberg al Congresso

Le crepe di Menlo Park iniziano a notarsi. La società non sa quantificare gli utenti esposti al caso Cambridge Analytica. E non esclude che, viste le norme adottate fino ad allora, ci siano stati casi simili. Spuntano e-mail e documenti che testimoniano quantomeno la sottovalutazione del tema privacy, quando non un aperto dolo dei vertici. Il 10 e l’11 aprile Mark Zuckerberg si presenta davanti al Congresso per rispondere sul caso Cambridge Analytica, sulle influenze russe e sui presunti pregiudizi nei confronti dei conservatori. Zuckerberg si prepara all’appuntamento con un team di esperti che ne cura parole e atteggiamento. Qualche imbarazzo, ma quello che salta all’occhio èl’impreparazione dei parlamentari Usa. Il 30 aprile Jan Koum, co-fondatore di Whatsapp, esce da Facebook, a quanto pare per divergenze su privacy e monetizzazione dell’app.

Maggio: rimpasto a Menlo Park

Facebook cambia la struttura societaria. David Marcus, l’uomo che ha portato al successo Messenger, viene piazzato a capo del neonato team dedicato alla blockchain. Chris Daniels passa dalla guida di Internet.org a quella di WhatsApp. Adam Mosseri, responsabile del NewsFeed di Facebook, diventare vicepresidente di Instagram con delega allo sviluppo del prodotto. Il 25 maggioentra in vigore il Gdpr, il nuovo regolamento europeo sulla privacy. Inevitabile che i fari puntino proprio su Facebook, che dovrà non solo garantire la sicurezza dei dati ma anche maggiore trasparenza nella loro gestione. Il gruppo avvia una serie di iniziative per incoraggiare gli utenti a rivedere le proprie impostazioni.

Giugno: nuove falle

Il 3 giungo il New York Times rivela che Facebook ha concesso ai grandi produttori di smartphone (tra cui Apple, Samsung e Microsoft) l’accesso a un’enorme quantità di dati. La rivelazione è importante non solo il sé, ma anche perché rilancia i dubbi sul rispetto dell’accordo tra Facebook e la Federal Trade Commission. Nel 2011 la Commissione statunitense per il commercio individuò alcune negligenze. Niente multa però, in cambio di una serie di correzioni volontarie. Tra le altre cose, Facebook si impegnò a fornire impostazioni sulla privacy più chiare, a non muovere dati senza consenso esplicito dell’utente e a promuovere un “programma” per la riservatezza “adeguato” alla quantità di informazioni gestite ogni giorno dalla piattaforma. Il 7 giungo, Menlo Park rivela che un bug ha esposto i dati di 14 milioni di utenti. Non sarà l’unico scoperto nel corso nell’anno. Dal punto di vista industriale, giugno porta una gioia e un dispiacere: Instagram raggiunge il miliardo di utenti attivi, ma Facebook abbandona il “progetto Aquila”, che mirava a costruire mega-droni autonomi per portare connettività in aree remote

Luglio: il crollo in borsa

Il 25 luglio, al crollo della reputazione si aggiunge quello del titolo, fino ad allora sordo a qualsiasi allarme. Facebook pubblica i dati sulla trimestrale: fatturato e utile continuano a viaggiare a ritmo elevato, ma non rispettano le aspettative degli analisti. Rispetto la trimestre precedente, il tasso di crescita degli utenti attivi ogni giorno cresce dell’1,44%. Mai così poco. La privacy pesa. Sia perché Facebook accusa un “effetto Gdpr” in Europa, sia perché Menlo Park è costretto ad aumentare le spese e a contrarre i margini, anche nei mesi a venire. Una prospettiva che non piace al mercato: in 90 minuti, il titolo del social network perde il 20% e brucia 120 miliardi di dollari. È la maggiore perdita di valore mai accusata da una società quotata a Wall Street in una singola seduta.

Agosto: bufale e diritti umani

La crisi di Facebook non va in vacanza. Il social network è alla prese conl’espulsione di Alex Jones, animatore di InfoWars e teorico del cospirazionismo. Il suo account viene sospeso. Un’inchiesta di Reuters sostiene che Facebook“sta perdendo la guerra sull’incitamento all’odio in Myanmar”: migliaia di post attaccando i Rohingya, popolazione musulmana perseguitata. Anche le Nazioni Unite accusano Facebook di aver agito “in modo inadeguato”. In aprile, quando era emerso per la prima volta il problema, Zuckerberg aveva promesso che si sarebbe occupato della questione. Il 21 agosto, Facebook afferma di aver individuato una campagna partita dall’Iran. È una delle tante mirate a influenzare e polarizzare il dibattito politico, negli Stati Uniti e non solo.

Settembre: lasciano i fondatori di Instagram

Mentre le questioni privacy e disinformazione non accennano a placarsi (la coo Sheryl Sandberg testimonia al Congresso il 5 settembre), arriva un addio, doppio e inatteso: il 24 settembre i fondatori di Instagram Kevin Systrom e Mike Krieger lasciano la società. Nel post con cui annunciano la loro decisione, manca il canonico ringraziamento al ceo. I due sono in rotta con Zuckerberg, che vorrebbe accentrare la gestione di Facebook e Instagram. Tanto che, per sostituire Systrom, arriva al comando del social fotografico un fedelissimo, Adam Mosseri. Passano meno di 48 ore e il co-fondatore di Whatsapp Brian Acton rompe il silenzio: racconta i motivi che lo hanno portato lontano da Menlo Park un anno prima e afferma di aver “venduto la privacy degli utenti” quando ha deciso di cedere l’app a Facebook. Il 28 settembre la società annuncia di essere stata hackerata. Solo un paio di settimane dopo sarà in grado di dare una dimensione all’attacco: sarebbero stati compromessi i dati di 30 milioni di utenti.

Ottobre: se ne va l’ultimo superstite

L’8 ottobre Facebook lancia Portal, un “maggiordomo digitale” dotato di display: è il primo hardware marchiato Facebook. Sarebbe dovuto arrivare qualche mese prima, ma la bufera privacy ha consigliato cautela per un dispositivo che mette occhi e orecchie nelle case degli utenti. Vengono pubblicati nuovi articoli sul Myanmar e sulla proliferazione di bufale in vista delle elezioni Usa di metà mandato. Lascia la società il co-fondatore di Oculus Brendan Iribe. Con lui se ne va l’ultimo dei sei co-fondatori delle imprese coinvolte nelle tre maggiori acquisizioni di Facebook: WhatsApp (Acton e Koum), Instagram (Systrom e Kriegere), Oculus (oltre a Iribe, Palmer Luckey, che farà capire di essere stato cacciato per il suo sostegno a Donald Trump).

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BRENDAN SMIALOWSKI / AFP
 

 George Soros

Novembre: le inchieste su Soros 

Il 14 novembre il New York Times pubblica una raccolta di e-mail e testimonianze che confermano quanto i vertici di Facebook siano stati al corrente dei problemi legati alla privacy e alla disinformazione. Che non avrebbero fatto nulla, preferendo “rinviare, negare, sviare”. Oltre a Zuckerberg, la rivelazione colpisce la coo Sheryl Sandberg. Il New York Times svela anche che Facebook ha ingaggiato una società vicina ai repubblicani, Diners, perraccogliere informazioni su George Soros. Sandberg prima nega, poi ammette. Facebook voleva verificare se le parole pronunciate a gennaio durante il World Economic Forum avessero l’obiettivo di far calare il titolo di Facebook per guadagnare da una vendita allo scoperto. La coo sostiene però di aver saputo dell’esistenza di Diners dalla stampa. Una versione che scricchiola il 29 novembre: un nuovo articolo del New York Times sostiene che Sandberg fosse a conoscenza delle indagini già da prima. E non esclude che si stata proprio lei a commissionarle.

Dicembre: accesso privilegiato ai dati

Il 14 dicembre Facebook rivela un nuovo bug, che ha esposto le foto di 7 milioni di utenti. Il 5 dicembre il Parlamento britannico rende pubbliche 250 pagine di documenti (in gran parte riservati) raccolti durante le indagini su Facebook: mail, discussioni interne, dossier. Rivelano alcune prassi, come quella di ripagare in dati le società che più investivano in spazi pubblicitari. Il 17 dicembre il Senato degli Stati Uniti pubblica un nuovo rapporto: afferma che leinfluenze russe sono ben più ampie di quanto pensato, soprattutto su Instagram. Il 18 dicembre è il turno di un’inchiesta del New York Times: Facebook avrebbe concesso a oltre 150 compagnie (comprese alcune delle maggiori società tecnologiche del mondo, come Apple, Microsoft, Amazon e Netflix) un accesso privilegiato ai dati degli utenti. In molte circostanze con una deroga “alla abituali regole sulla privacy”. Il 19 dicembre il governo degli Stati Uniti fa causa a Facebook per il caso Cambridge Analytica. Si tratta della prima azione legale intentata dalle istituzioni Usa contro il social network per aver “fallito nel proteggere la privacy degli utenti”.

Quanto ha perso Facebook

Due classifiche di fine anno sanciscono anche un crisi interna. Facebook è settimo nella classifica del “miglior posto dove lavorare” stilata da Glassdoor. Non male, ma nel 2017 è in vetta. Un anno fa, l’84% dei dipendenti aveva dichiarato di essere ottimista sul futuro dell’azienda. La quota è scesa al 52%. I lavoratori convinti che “Facebook migliora il mondo” sono passati dal 72 al 53%. Nella graduatoria di Comparably sui ceo più amati dai propri dipendenti, Zuckerberg passa dal nono al 33esimo posto. Da inizio anno il titolo di Facebook ha perso un terzo del proprio valore. Rispetto ai massimi di luglio, il calo è superiore al 40%. Tradotto in dollari, vuole dire aver bruciato quasi 180 miliardi. E a rimetterci è soprattutto Mark Zuckerberg, che non è solo presidente e ceo ma anche principale azionista. A gennaio il suo patrimonio era di 75 miliardi. Oggi, secondo il Bloomberg Billionairs IIndex, sfiora i 50: 25 miliardi in meno. Nessuno ha perso così tanto tra le 500 persone più ricche del pianeta.   

 

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