Tutte le volte che in 70 anni la politica ha tentato di abolire l’Ordine dei giornalisti 


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Il Movimento 5 stelle non è il primo partito a proporre l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti (Odg). Quella che si sta consumando in queste ore è solo l’ultima di una serie di battaglie che vanno avanti da più di 65 anni, ovvero già da prima che l’ordine stesso esistesse. Molti anni prima che l’abolizione dell’ordine arrivasse sui tavoli del governo Conte, come ha annunciato il Movimento in queste ore dopo il caso scoppiato per la pubblicazione dell’audio del portavoce del premier Rocco Casalino (Repubblica).

Breve storia dell’Albo (poi Ordine) dei giornalisti

Quaranta anni prima, nel 1925, fu istituito l’”Albo generale dei giornalisti professionisti”. Progenitore di quello che oggi chiamiamo Odg, istituito dal regime fascista, regolava l’accesso alla professione, i requisiti per farla, i contratti, istituiva la figura del direttore responsabile e chi poteva diventarlo (solo i professionisti).

Modificato, riformato durante i primi anni della Repubblica, non senza un’epurazione temporanea dei giornalisti che si erano compromessi con il regime fascista, conclusasi nel 1946 con il loro reintegro in massa deciso dal segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti, l’albo è stato sempre oggetto di dibattito, alcune volte di scontro, anche aspro, nel mondo politico.

A dire il vero, se lunga è la fila dei suoi detrattori, non ci sono stati suoi grandi sostenitori. Tra di loro c’è Antonio Gramsci che ne vedeva uno strumento necessario per insegnare strumenti di comunicazione alle masse popolari. E ovviamente del fascismo, da cui l’intellettuale marxista mutuò l’idea della necessità di creare ‘nuovi giornalisti’ (Odg).

A memoria di rete, ma confermata dai libri di storia del giornalismo italiano, il primo attacco all’albo è di Luigi Einaudi. Secondo presidente della Repubblica Italiana (1948-1955), nel 1945, mentre era presidente della Banca d’Italia, alla vigilia della Costituente, scrisse in un passo molto citato:

“Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa”.

Convinto sostenitore delle idee liberali, Einaudi era convinto che “giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che gli altri dicono o presentano male…Giudice della dignità o indegnità del giornalista non può essere il giornalista, neppure se eletto membro del consiglio dell’ordine od altrimenti chiamato a dar sentenza sui colleghi”. Da notare il fatto che nei passaggi citati di questa lettera non ci sia mai alcun accenno alla veridicità dei fatti (Il buongoverno, Laterza 1973, Vol. II pagg. 627-629, dalla lettera pubblicata da Il Fatto quotidiano).

Nasce l’ordine dei giornalisti, e subito la prima proposta di abolirlo

L’ordine per come lo conosciamo noi è nato nel 1963. Diventa un ente pubblico con funzione di vigilare sull’operato dei giornalisti e di tutelarli. Tra le novità rispetto alla sua prima forma, c’è nell’articolo due della legge che lo istituisce l’obbligo al “rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Insieme ad una serie di norme che regolano l’accesso alla professione, l’albo dei professionisti e dei pubblicisti, diritti e doveri del giornalista, e la vigilanza del ministero della Giustizia sull’ordine stesso.

Tutte le volte che la politica ha provato ad abolire l’Ordine dei giornalisti

Gli anni ’70: il Partito Repubblicano

Da lì a cinque anni cominciano le prime battaglie anti-corporative. Il primo partito a condurla è quello Repubblicano, guidato allora da Ugo La Malfa. Tre parlamentari, tutti giornalisti, professionisti o pubblicisti, nel 1973 chiesero l’immediata abrogazione della legge approvata qualche anno prima (Linkiesta). La loro proposta però non venne approvata in Parlamento. Ma già in questi anni cominciano a cavalcare questa battaglia un altro partito, che la porterà avanti per altri 20 anni almeno: I radicali. “Nel 1974 iniziarono una forma di disobbedienza civile, sostituendo i direttori dei giornali di partito con persone non iscritte all’albo, violando così un articolo della stessa legge 69” (Lettera43).

Gli anni ’80: il Partito Radicale

Ma sono stati gli Anni 80 quelli delle grandi battaglie del leader Marco Pannella. Strenuo oppositore degli ordini professionali, in particolare si scaglio più volte contro quello dei giornalisti. Da parlamentare, insieme a Francesco Rutelli, propose di sostituire l’albo obbligatorio con una ‘carta d’identità professionale’ sul modello francese (Linkiesta).

Gli anni ’90: il referendum, Berlusconi, D’Alema e la proposta di Mattarella

Nel 1992 l’idea fu mutuata e rilanciata dal deputato del Movimento Sociale Italiano Pinuccio Tatarella: “Gli albi hanno una sola ragion d’essere, quando siano non solo aperti ma facoltativi e quando l’esercizio della professione giornalistica sia libero a tutti”, diceva (Il Foglio).

Cinque anni dopo la proposta diventò uno dei sette quesiti del referendum abrogativo voluto dai Radicali. Le cronache del tempo raccontano che a firmare per questo referendum si recò anche, in piazza Duomo a Milano, anche il fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi, sostenuto da tutto quello che allora era chiamato il Polo delle Libertà. La domanda sulla scheda recitava così:

“Volete voi che sia abrogata la legge 3 febbraio 1963, n. 69, nel testo risultante dalle modificazioni apportate dalle leggi 20 ottobre 1964 n. 1039 e 10 giugno 1969 n. 308 e dalle sentenze della Corte costituzionale n. 11 e n. 98 del 1968, recante “Ordinamento della professione di giornalista”?”. Risultato? 8,5 milioni di italiani votarono a favore, il 65% circa, ma il referendum non raggiunse il quorum e non se ne fece nulla.

Sulla stessa linea di Berlusconi e Pannella c’era anche la Lega Nord di Umberto Bossi, anche lei da sempre a favore dell’abolizione dell’ordine come un po’ tutti i partiti di destra. Fece quindi scalpore al tempo anche la dichiarazione a sostegno dell’abrogazione dell’ordine dell’allora segretario dei Democratici di Sinistra Massimo D’Alema: “Ho votato per l’abrogazione dell’ Ordine dei giornalisti insieme a 14 milioni di cittadini”, disse, secondo quanto si legge nell’archivio di Repubblica, causando polemiche con alcuni esponenti della allora maggioranza di governo, in particolare a sinistra tra Verdi e Rifondazione comunista.

Nel 1997 invece fu l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quattro anni dopo aver dato il nome alla legge elettorale del 1993, il Mattarellum, a proporre il superamento dell’Ordine dei giornalisti proponendo, con con altri deputati dell’Ulivo, la creazione di un “Consiglio superiore dell’informazione”. Un organo di controllo, come il Csm, che avesse il compito di tutelare l’autonomia professionale dei giornalisti e vigilare sulla loro deontologia. Ma anche in quel caso non se ne fece nulla (Lettera43)

Gli anni 2000: la proposta del Pdl dopo il caso Boffo

Un sostegno piuttosto trasversale quindi. Ma da allora di abrogazione dell’ordine non si parlò quasi più, seppure l’argomento rimase sullo sfondo del dibattito politico. Poi verso la fine del 2010, con Berlusconi al governo, torna il tema dell’abrogazione dell’ordine con il Popolo delle Libertà che crea un gruppo di lavoro incaricato di redigere una legge per cancellare l’ordine dei giornalisti (Reuters). Anche allora fu un provvedimento disciplinare a riattivare i politici contrari all’ordine: si trattava della vicenda Dino Boffo, allora direttore di Avvenire, oggetto di un dossier pubblicato da Vittorio Feltri, allora direttore de Il Giornale, ritenuto compromettente ma la cui veridicità non fu mai provata. Feltri fu sospeso dalla professione per sei mesi, su decisione dell’Ordine. Per Fabrizio Cicchito (Pdl), che ne diede notizia alla stampa, quel provvedimento contro Feltri fu “la goccia che fa traboccare il vaso”. Da lì ad un anno il governo Berlusconi cadde, e anche questa proposta di abolizione si concluse con un nulla di fatto.

Gli anni ’10: Grillo, Renzi, Crimi

Ultimo in ordine di tempo, ma prima dei 5 stelle, è stato il segretario del Partito democratico, e allora presidente del Consiglio Matteo Renzi a dire apertamente di volere l’abolizione dell’Odg. Nel dicembre 2015, davanti all’allora presidente dell’Ordine Vincenzo Iacopino, esordì dicendo: “Come tutti voi sapete seguendomi da qualche anno la mia posizione sull’Ordine è una posizione per la quale, toccasse a me, lo abolirei domani mattina”. Quel toccasse a me probabilmente implicava la sua ammissione di difficoltà nell’abrogazione dell’ordine, da un giorno all’altro, quasi a paventare troppe resistenze in Parlamento.

Nella rosa di contrari all’Ordine dei giornalisti sono presenti da sempre anche i 5 stelle. Beppe Grillo, fondatore e garante del Movimento è stato da sempre tra i più attivi fautori dell’abolizione dell’albo. Prima con la raccolta di firme e poi con l’ingresso in parlamento grazie ad una serie di proposte di legge: una al Senato “sottoscritta da 53 senatori penta stellati e con primo firmatario Vito Crimi” (Il Foglio), oggi sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, e alla Camera. Era l’aprile 2013.

Anno 2018: nuove gocce da nuovi vasi, stessa proposta

Oggi con i 5 stelle al governo, e la Lega, l’abolizione dell’Ordine sembra cosa assai fattibile. Anzi, già sul tavolo del governo, stando a quanto ha detto lo stesso Movimento sul blog del partito. Questa volta è la decisione dell’Ordine di valutare l’audio del portavoce del Premier Rocco Casalino ad aver fatto traboccare il vaso della politica. Il governo ha i numeri per farlo. E forse mettere fine ad un ordine professionale (e una polemica) che dura da quasi settant’anni.

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Autore dell'articolo: admin