Tumore del polmone, studio italiano svela perché l’immunoterapia non funziona su tutti i pazienti


Il tumore al polmone al primo posto nella poco ambita classifica italiana di pi letale tipo di cancro e al terzo in quella del pi diffuso, con 41.800 nuovi casi diagnosticati lo scorso anno. A causa della scoperta spesso tardiva della malattia, purtroppo soltanto il 18 per cento dei pazienti vivo cinque anni dopo la diagnosi. Negli ultimi anni per l’immuno-oncologia, che funziona stimolando le cellule del sistema immunitario del malato a combattere il cancro, ha rappresentato un importante passo in avanti nel trattamento della malattia. Circa 7 pazienti su 10 si presentano alla diagnosi con una tumore in stadio avanzato, che ha gi dato metastasi – spiega Giulia Veronesi, responsabile della Sezione di Chirurgia Robotica Toracica dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano -. Purtroppo una malattia subdola, che spesso non d sintomi della sua presenza, e quando si arriva scoprirla le possibilit di guarire sono spesso scarse. Si sono per ultimamente aperti nuovi scenari per i pazienti con metastasi alla diagnosi e, in particolare con l’immunoterapia e con i farmaci a bersaglio molecolare (o farmaci biologici), si riesce a prolungare la sopravvivenza in modo davvero notevole. Ma i nuovi farmaci non funzionano in modo uguale su tutti i malati ed anche su questo punto che noi ricercatori stiamo lavorando.

Risvegliare le cellule del sistema immunitario

Perch l’immunoterapia risveglia solo alcuni tipi di cellule del sistema immunitario che vengono come intorpidite dal tumore? Quali sono le caratteristiche delle cellule T che vengono riattivate da queste terapie? A queste domanda rispondono, per la prima volta, i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista The Journal of Experimental Medicine, frutto di una collaborazione tra il Laboratorio di Immunologia Traslazionale di Humanitas, di cui Enrico Lugli principal investigator, e la Chirurgia Robotica Toracica dice Veronesi. Primi autori dello studio sono l’immunologa Jolanda Brummelman (sostenuta da una borsa triennale AIRC) e la bioinformatica Emilia Mazza (sostenuta da una borsa postdoc della Fondazione Umberto Veronesi). In particolare gli scienziati hanno cercato di capire meglio il funzionamento dell’immunoterapia con anticorpi che bloccano i checkpoint immunitari, come anti-PD-1/PD-L1. I cosiddetti checkpoint sono freni naturali del nostro sistema immunitario – spiega Enrico Lugli -: il nostro apparato di difesa un po’ come una straordinaria automobile, capace di viaggiare ad elevata velocit. Per funzionare bene e non andare fuori strada ha bisogno di acceleratori, che la facciano partire e correre, ma anche di freni (i checkpoint, appunto), che le consentano di rallentare e, quando il caso, fermarsi. L’immunoterapia agisce togliendo questi freni e risvegliando particolari cellule immunitarie, i linfociti T, che all’interno del tumore sono come narcotizzati dalla malattia.

Nuova tecnologia sofisticata usata su 53 pazienti

Nello studio sono stati presi in esame 53 pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule (NSCLC), a uno stadio operabile e quindi sottoposti a intervento chirurgico. Utilizzando una tecnologia particolarmente innovativa (la citometria a flusso a 30 parametri) siamo stati in grado di definire con notevole precisione le propriet immunitarie delle cellule T che esprimono il checkpoint PD-1 – prosegue Lugli -. La citometria permette di conteggiare, separare e riconoscere singole cellule sulla base di specifici marcatori. Abbiamo cos dimostrato che queste cellule non sono tutte uguali, ma sono organizzate in gerarchia: le pi giovani, identificate dal recettore di membrana CXCR5, rimangono funzionali e sono potenzialmente in grado di esercitare una potente attivit anti-tumorale mentre le pi differenziate (le pi anziane) perdono tale capacit. L’ipotesi, quindi, che con l’immunoterapia vengano risvegliate soprattutto le cellule giovani. La nuova sfida per il futuro, spiegano i ricercatori, identificare i segnali molecolari alla base della generazione e del mantenimento di queste cellule, cos da utilizzare tali informazioni per generare in laboratorio cellule T armate in grado di migliorare la risposta ai tumori.

18 settembre 2018 (modifica il 18 settembre 2018 | 12:55)

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Autore dell'articolo: admin