Tumore all’ovaio: tre anni di vita in più senza ricadute


Il tumore all’ovaio è ancora un tumore fra i più letali e resta la neoplasia ginecologica femminile a peggior prognosi, con 5.200 nuovi casi diagnosticati e 1.300 decessi ogni anno in Italia. Al congresso annuale della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) in corso a Monaco di Baviera sono però stati presentati alcuni studi che riportano progressi significativi nel rallentare la crescita del tumore nelle pazienti che già presentano metastasi quando la malattia viene diagnosticata.

Tumore all’ovaio: come difendersi


Che cosa è


L’esperta: «Risultati mai visti finora»

«Il carcinoma ovarico, nelle fasi iniziali, non dà sintomi chiari e quando questi compaiono la malattia ha ormai cominciato a diffondersi agli organi circostanti e le probabilità che le cure abbiano successo sono poche – spiega Nicoletta Colombo, direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica Medica all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e professore associato di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca -. I dati di uno studio in particolare mostrano che, dopo aver fatto la chemioterapia standard, proseguire per due anni la terapia di mantenimento con olaparib porta a un aumento della sopravvivenza libera da progressione mai visto finora». L’Italia ha partecipato alla sperimentazione arruolando il maggior numero di partecipanti (con lo Ieo milanese) e con il Policlinico Gemelli di Roma. «Non ci aspettavamo risultati così importanti, che ci fanno molto ben sperare per il futuro: il 60 per cento delle pazienti curate con olaparib è vivo a tre anni senza ricaduta di malattia. Non c’è mai stata una tale risposta contro il cancro ovarico e questi dati probabilmente cambieranno il nostro modo di curare le malate fin dalla prima linea di trattamento».

Farmaco in compresse

Lo studio di fase III (quella che precede l’approvazione di un nuovo medicinale) SOLO-1 ha arruolato 390 donne con un carcinoma ovarico avanzato e che presentavano la mutazione dei geni BRCA1 o BRCA2, molto frequenti nelle pazienti con questa neoplasia.  Le partecipanti avevano tutte eseguito il trattamento standard, ovvero la chemioterapia a base di platino e taxani e una chirurgia cito-riduttiva ottimale (che ha l’intento di asportare tutta la massa neoplastica presente ed è considerata punto strategico della cura). Sono poi state suddivise in due gruppi, seguite in media per 41 mesi: 130 hanno ricevuto placebo, 260 hanno assunto il farmaco in pastiglie olaparib, appartenente alla categoria dei PARP inibitori. «Le donne con un tumore ovarico avanzato fin dalla diagnosi curate con chirurgia e chemioterapia hanno purtroppo spesso una ricaduta entro i primi tre anni – chiarisce Colombo – . A quel punto si procede con ulteriore chemioterapia, ma quando ancora una volta la neoplasia si ripresenta non abbiamo al momento altre valide opzioni».

Tre anni di vita

Gli esiti della sperimentazione mostrano però che oltre il 50 per cento delle donne trattate con olaparib non avevano ancora avuto una progressione di malattia dopo quasi quattro anni, un fatto che invece si è verificato solo nell’11 per cento di chi ha preso placebo. La sopravvivenza libera da malattia (quindi il tempo fra la fine della cura e il ripresentarsi del tumore) è stato in media di 13,8 mesi nel gruppo trattato con placebo, e almeno tre anni più lungo chi ha assunto olaparib. «È presto per poter dire che abbiamo fermato l’avanzare della malattia in modo definitivo – sottolinea Colombo – , ma possiamo certo dire che abbiamo fatto un passo avanti notevole, con una buona qualità di vita per le pazienti. Perché la cura viene ben tollerata, con pochi effetti collaterali (i più gravi sono stati fatigue, anemia e nausea)».

Attenzione a questi (vaghi) segnali

Il tumore ovarico è una malattia subdola ed è bene non trascurare alcuni sintomi, sebbene poco specifici: dolori addominali (crampi, fitte), gonfiore addominale, cambiamento delle abitudini dell’alvo sono disturbi che possono presentarsi in molte altre patologie, ma dei quali è bene parlare con un medico quando perdurano per diverse settimane. Molto spesso però la sintomatologia del cancro all’ovaio è praticamente assente in fase iniziale, tanto che la neoplasia nell’80 per cento dei casi dà segni di sé quando è ormai in fase avanzata. Proprio per questo è ancora oggi un tumore difficile da sconfiggere e solo la metà delle pazienti riesce a superare la soglia dei cinque anni dalla diagnosi. I casi di cancro all’ovaio sono rari fra le donne giovani, ma aumentano a partire dai 50 anni e dopo la menopausa, tanto che l’80 per cento delle pazienti è ultra 50enne. «Quando la diagnosi è molto tempestiva, però, e il tumore viene scoperto al primo stadio (confinato all’ovaio), la prognosi è eccellente – conclude Colombo -: a cinque anni la sopravvivenza supera il 90 per cento dei casi e possiamo parlare di guarigione. Per questo una particolare attenzione è richiesta alle donne che sono più a rischio di ammalarsi, quelle con una familiarità per questa forma di cancro, ovvero quelle che hanno parenti di primo grado (madri, sorelle, nonne) che hanno avuto un tumore ovarico. E poi, un quarto dei nuovi casi annui in Italia è dovuto alla mutazione genetica che gioca un ruolo sia nella scelta delle cure per le pazienti sia nella prevenzione per le donne sane, per cui è fondamentale fare il test genetico del BRCA».

21 ottobre 2018 (modifica il 21 ottobre 2018 | 16:30)

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Autore dell'articolo: admin