Theresa May chiede un rinvio della Brexit. Ma non si sa bene per fare cosa


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A mille giorni esatti dal referendum del 2016, la Brexit è ancora al punto di partenza. Con poco più di 200 ore dall’entrata in vigore del divorzio, il 29 marzo, Theresa May ha chiesto un rinvio al 30 giugno. L’Ue per ora sembra disposta a concederlo fino al 23 maggio e solo se la Camera dei comuni dirà sì all’accordo negoziato con la Gran Bretagna.

In serata la premier britannica ha avvertito Westminster che “è il momento di una decisione, il Parlamento ha fatto di tutto finora per non decidere”. “Vogliono uscire con un accordo, senza un accordo o non vogliono uscire affatto?”, si è chiesta la premier. “Spero di cuore che i parlamentari trovino il modo di sostenere l’accordo che ho negoziato con l’Ue”. 

La Camera dei Comuni, però, ha già respinto due volte l’accordo e ha chiesto un rinvio proprio per poterlo rinegoziare, possibilità, quest’ultima, bocciata con decisione dai Ventisette. Non è precisamente il paradosso del Comma 22 (“Se sei pazzo puoi chiedere l’esenzione dal servizio militare, ma se lo chiedi non sei pazzo”) quello in cui è precipitata la relazione tra Londra e Bruxelles, ma a man mano che si avvicina la scadenza del 29 marzo la vena surreale e satirica del romanzo di Joseph Heller sembra avvolgere la corsa contro il tempo intrapresa dalla premier britannica. 

La reazione di Bruxelles

“Oggi ho ricevuto la lettera del primo ministro May nella quale avanza al Consiglio europeo due richieste: approvare il cosiddetto accordo di Strasburgo” ed “estendere l’articolo 50 fino al 30 giugno”, ha riferito il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. “Credo che una breve proroga sia possibile, ma condizionata a un voto positivo alla Camera dei comuni”, ha spiegato.

Un portavoce di Jean-Claude Juncker ha evidenziato i problemi “legali” legati dall’incrocio tra il rinvio e le elezioni europee di fine maggio: “Il ritiro”, ha detto, “confermando quanto scritto in un documento ufficiale presentato al collegio dei commissari – deve avvenire prima del 23 maggio” altrimenti il Regno Unito avrà l’obbligo di partecipare alle elezioni europee se la proroga andrà oltre quella data. La Commissione inoltre, chiede al Consiglio, che deve decidere all’unanimità se concedere o meno la proroga a Londra, di “adottare un’unica proroga, invece che una serie di proroghe che manterrebbero il Regno Unito in un limbo per un lungo periodo di tempo”. 

E se la Gran Bretagna dovesse partecipare alle Europee?

Tusk ha spiegato di non ritenere per il momento di dover convocare un vertice straordinario sulla Brexit la prossima settimana. “Se i leader approveranno le mie raccomandazioni e se ci sarà un voto positivo della Camera dei comuni”, ha affermato, “potremo formalizzare la decisione sulla proroga per procedura scritta”. Un Vertice straordinario non è comunque escluso “in caso di necessità”. 

Inoltre, continua il documento, “un cambio di politica nel Regno Unito potrebbe portare a una elezione tardiva nel Regno Unito stesso e a persone validamente elette in 14 Stati membri (tra cui l’Italia, ndr) che non possono ricoprire i loro incarichi”. Le conseguenze politiche negli Stati membri coinvolti sono imprevedibili”. Tutto ciò “creerebbe incertezza sugli equilibri e le maggioranze all’Europarlamento”. “Una decisione che permetta al Regno Unito di rimanere come Stato membro fino al 30 giugno senza richiedere di organizzare elezioni per il Parlamento europeo tra il 23 e il 26 maggio lascerebbe l’Ue esposta a incertezza”, si legge.

Se il Regno Unito non organizzerà elezioni, la costituzione del nuovo Parlamento europeo potrebbe essere “illegale”, così come le “decisioni successive inclusa la nomina della nuova Commissione europea o il futuro bilancio Ue. Ogni decisione sarebbe potenzialmente oggetto di ricorsi giuridici”. Theresa May, invece, nella lettera a Tusk ha definito “inaccettabile” la partecipazione della Gran Bretagna alle prossime elezioni europee. “L’idea che a tre anni dal voto nel referendum del 2016 si chieda ai britannici di eleggere un nuovo Parlamento europeo – recita un passaggio – è inaccettabile”.

Pazienza tedesca e fermezza francese

La Commissione, infine, chiede ai capi di Stato e di governo di imporre al Regno Unito “una condizione” in modo “particolarmente chiaro” per concedere la proroga della Brexit: “Il tempo addizionale non può essere usato per rinegoziare l’accordo di ritiro. Il pacchetto ora è chiuso”, afferma il documento, che rilancia da un lato la fermezza francese – “May non è credibile, arriviamo a preferire un non-accordo, si è spinto a dire oggi il ministro degli Esteri Jean-Yves le Drian – e dall’altro la “pazienza” tedesca, rilanciata da Tusk. 

La palla, ancora una volta, è nel campo britannico, che la prossima settimana potrebbe votare per la terza volta l’accordo. In serata, mentre la Camera dei comuni è riunita d’urgenza e l’esecutivo comincia a mettere in atto l’operazione Yellowhammer per risolvere le emergenze legate a un divorzio brutale, la premier britannica ha cercato di coinvolgere i laburisti in una riunione, ma il loro capo, Jeremy Corbyn, si è alzato dal tavolo per la compresenza degli indipendenti scissionisti che lo hanno mollato un mese fa.

Il Tory non dà migliore prova di responsabilità “Non mi sono mai vergognato cosi’ tanto – ha detto in aula Dominic Grieve – di essere un deputato del partito”. Tutti contro tutti, dritti verso il baratro, senza neanche un appiglio surreale come il Comma 22.

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Autore dell'articolo: admin