Storie di giornalisti che si inventano le storie


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 (Afp)


 Der Spiegel




Ha fatto clamore la notizia proveniente dalla Germania che vede le ammissioni dello Spiegel, una delle voci più autorevoli in territorio tedesco, circa i falsi scoop di Claas Relotius, 33 anni, uno dei suoi giornalisti più famosi, più seguiti, vincitore di numerosi premi di categoria.

Purtroppo anche un gran bugiardo. Lo racconta lo Spiegel stesso, nella home page del suo sito, parlando del “punto più basso della nostra storia lunga oltre settant’anni”.

Ma Relotius non è l’unico caso nella storia, sono diversi i giornalisti che, per un motivo o per un altro, hanno manipolato materiale e prove a favore di scoop, in certi casi inventandosi di sana pianta la materia prima del loro lavoro.

L’uomo che inventava sui computer

Il caso certamente più famoso è quello di Stephen Glass, reporter del The New Republic, storico giornale legato all’ala politica liberale statunitense. Siamo alla fine degli anni ’90, il direttore Martin Peretz ha già ricevuto diverse lettere che segnalavano inesattezze riguardo i pezzi scritti da Glass; perfino sua moglie gli aveva detto che aveva smesso di leggere i pezzi del giornalista perché li trovava evidentemente fantasiosi e privi di alcuna credibilità. Ma è solo nel 1998 che Peretz decide di prendere di petto la faccenda.

Glass esce con un articolo dove racconta la storia di un giovane genietto dei computer che riesce ad infiltrarsi nella rete informatica di una grossa azienda produttrice di software della California, la Jukt Micronics, e che i dirigenti di tale società, stupiti dalla sorprendente bravura del ragazzo, decidono di assumerlo per garantire la sicurezza del sistema informatico.

Un giornalista di Forbes però, incuriosito dall’estrosità della storia, decide di indagare e segnala a Peretz che dopo accurate ricerche non aveva trovato alcuna prova che le persone raccontate nel pezzo, né la stessa Jukt Micronics, esistessero davvero.

Glass si giustifica dicendo di essere stato truffato dalle sue fonti, Peretz allora lo sfida ad accompagnarlo nei luoghi che nel pezzo descrive in prima persona e a farlo parlare con il presidente della Jukt Micronics di Palo Alto.

I luoghi chiaramente non esistono e la voce del presunto presidente della presunta azienda è in realtà quella del fratello di Glass, che a Palo Alto ci insegna. Le cifre parlano da sole: 27 articoli sui 41 scritti per The New Republic da Glass alla fine si riveleranno totalmente falsi. La storia è talmente appassionante che Hollywood decide di girarci addirittura un film, si intitola L’inventore di favole.

Copiare è la più pura forma di ammirazione

Altra storia quella riguardante Jayson Blair, fino al 2003 giornalista del New York Times, una vera e propria istituzione del giornalismo mondiale. Jayson si mette in luce durante uno stage estivo e la sua carriera procede abbastanza velocemente all’interno della redazione; un giorno riceve una chiamata dal proprio editore, insospettito dalla straordinaria somiglianza di un suo pezzo scritto un paio di giorni prima, con un altro pubblicato dal San Antonio Express.

Il vaso di Pandora si scoperchia: Blair nei suoi articoli sosteneva di essere in posti dove non aveva mai messo piede, coinvolgeva nei suoi racconti persone che nulla avevano a che fare con le storie delle quali stava scrivendo, copiava interi paragrafi dal Washington Post senza nessuna citazione, si inventava dettagli, testimonianze e indizi.

Una volta scoperto venne immediatamente allontanato, aprendo un’altra falla all’interno del quotidiano newyorkese, quella riguardanti i redattori di colore: per molti la rapida carriera di Blair deriverebbe dalla necessità da parte del giornale di rispettare una sorta di “quota nera” tra i dipendenti. Sta di fatto che Blair in seguito si giustificherà dicendo di essere affetto da un disturbo bipolare, scriverà un libro sulla questione che venderà più di un milione e mezzo di copie.     

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 (Afp)

 New York Times

Servizi sospetti

In Italia invece a fare scalpore qualche anno fa fu il caso Mingo, inviato di Striscia la Notizia che avrebbe inventato di sana pianta (e poi rivenduto) ben dieci servizi alla redazione del programma di Antonio Ricci.

C’è un processo in corso, ma la tesi accusatoria (e Mediaset si è costituita parte civile) parlerebbe di reati quali truffa, simulazione di reato, falso, calunnia e diffamazione; nei confronti di Domenico De Pasquale, in arte “Mingo”, e di sua moglie Corinna Martino, amministratore unico della “Mec Produzioni Srl”.

L’inviato della popolare trasmissione tv per i suoi servizi avrebbe ingaggiato addirittura dei figuranti per rendere il tutto più credibile. Ovviamente è stato allontanato da Antonio Ricci (per lui evidentemente inaccettabile l’idea che proprio Striscia si potesse essere macchiata degli stessi reati che tenta di denunciare) ma la sua carriera, così come ricorda Dagospia, non si sarebbe affatto interrotta; per lui una fiction, spettacoli teatrali e addirittura qualche riconoscimento.

A finire a spasso, a quanto pare, il compagno di avventure “Fabio”, che con le accuse non c’entrava nulla. 

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Autore dell'articolo: admin