storie della razzia del Ghetto di Roma


Sommersi, salvati, traditori e indifferenti: storie della razzia del Ghetto di Roma



Il 16 ottobre 1943 l’esercito di occupazione nazista sigillava il Ghetto di Roma ed iniziava a rastrellarne gli abitanti. Da Auschwitz sarebbero tornati in meno di 20. Riviviamo quelle ore raccontando l’orrore in cui precipitò la più antica comunità ebraica d’Europa attraverso una serie di storie personali

Celeste che nessuno ascoltò

La sera prima della razzia una donna, chiamata Celeste, corre e grida per le strade del Ghetto: “Domani arrivano in nazisti”. Racconta Giacomo Debenedetti che Celeste viene da Trastevere, di là dal fiume, e vicino alla Sinagoga la conoscono per essere mezza fuori di cervello. Chi potrebbe darle retta? Nessuno, infatti, la ascolta: ci si illude che i 50 chili d’oro pagati due settimane prima ai nazisti abbiano scongiurato il pericolo dei rastrellamenti.

Poche ore dopo i primi camion chiudono le strade tra Largo Arenula e il Portico d’Ottavia: è iniziato il rastrellamento. Vengono allineate dietro i camion 1.023 persone (altrettante sono raccolte in alcune altre azioni nel resto della città e nella provincia).  Torneranno in 17.

La Stella che ricorda Lucifero

Si chiamava Celeste anche lei, ma tutti la chiamavano Stella di Piazza Giudìa (il nome che aveva allora l’odierna piazza delle Cinque Scole). Bellissima, come Venere che una volta si chiamava Lucifero. Faceva la cameriera in un ristorante al Ghetto frequentato da una di quelle bande di fascisti irregolari che catturava e torturava gli antifascisti e vendeva gli ebrei ai nazisti: cinquemila lire un uomo, tremila una donna, millecinquecento un bambino. Parte che fosse l’amore a portarla sulla cattiva strada, o forse fu il desiderio di rivalsa nei confronti di un ambiente chiuso che l’aveva bollata con il marchio della donna perduta, ma lei prese a fare la spia. La delatrice. Traditrice dei suoi stessi fratelli. Dopo la guerra sarà condannata a 12 anni. Morirà nel 2001.

La donna con le buste della spesa

Molte sono le storie di donne, tra quelle che si intrecciano in quella mattinata di 75 anni fa: gli uomini o erano già sui camion o erano fuggiti. All’inizio infatti si credette che si trattasse di una operazione per rastrellare forza lavoro temporanea. Qualcuno però intuisce la verità. È la salvezza per Mario Di Porto, che ha due anni e mezzo e si trova in fila in braccio al padre. Passa una donna, “una cattolica”, con due buste della spesa, una per braccio. Li vede e dice ad alta voce: “Ma che se porta a lavorare un regazzino?”.

La sente la zia del piccolo, che sta arrivando trafelata e capisce al volo. Le due donne parlottano e si intendono. La prima si avvicina al soldato tedesco di guardia: “Oh, quello è mi’ figlio. L’avevo lasciato a ’sta amica mia perché dovevo fa’ la spesa”. Quello non capisce, ma sul camion c’è un deportato che parla tedesco, e anche lui ha capito. Il tedesco a questo punto non ha nulla da obiettare. La zia di Mario per fa riprenderselo, ma la donna con le sporte le dà quasi una spinta: “E che, te lo ridò davanti a loro? Vai ai giardinetti”. È lì che avviene lo scambio.

Mario oggi ha 77 anni. Non ha più rivisto la donna che tornava da fare la spesa.

I medici che si curavano delle anime

Eugenio Sonnino abitava a Largo Arenula, ai limiti del Ghetto. Sua madre quella mattina andò a trovare i genitori, che abitavano nella zona del rastrellamento. L’avvertì il portiere: erano stati portati via. Lei prese i due figli, si trascinò dietro il marito e filarono al Policlinico. Lì furono tutti ricoverati: chi per tifo, chi per meningite. Tutte malattie gravissime e molto infettive. I bambini, sanissimi, ebbero prima il morbillo poi la difterite e infine la broncopolmonite. Una di seguito all’altra.

La disposizione era del Professor Giuseppe Caronia, preside della Clinica di Infettivologia. Quando arrivarono i nazisti non ebbero il coraggio di avvicinarsi a quelle bombe batteriologiche. Eugenio Sonnino, divenuto adulto, resterà in zona: diventerà un affermatissimo demografo dell’Università La Sapienza. Medico, cura te stesso. Ma prima ancora ab bi cura dell’anima di chi ha bisogno.

Ultime lettere prima di Auschwitz

Grazia Calò è meno fortunata: la prendono insieme alle figlie Leda e Consola, quattro e sei anni. Il marito Cesare si è salvato perché per andare a lavorare è uscito di casa ancora prima dell’arrivo dei nazisti.

La donna non viene inviata immediatamente a morire ad Auschwitz, prima viene fermata a Verona. Anzi, può anche scrivere a casa. Indirizzo: Leonida Lucari, vicolo Costaguti 21 (calzolaio). Cronache di poveri amanti: “Ho sognato che eravamo insieme, abbracciati. Quando mi sono svegliata non puoi immaginare la mia delusione”. “Ho avuto una grande gioia nel leggere la tua cartolina: era davvero la tua calligrafia”. Sul retro della cartolina un “Vincere!” di regime.

Il carteggio verrà pubblicato nel 2018.

Sommersi, salvati, traditori e indifferenti: storie della razzia del Ghetto di Roma

La razzia dei libri

Di fronte a più di mille morti, parlare d’altro è difficile. Ma il nazismo brucia i libri fin dai suoi albori, ed anche la storia della razzia del Ghetto ha come preludio la depredazione dei libri degli ebrei. Il patrimonio culturale della comunità israelitica di Roma è immenso, e comprende gli archivi, le biblioteche, gli oggetti di uso religioso, il patrimonio del Collegio Rabbinico. Tutto finisce in centinaia di casse, riempite sotto lo sguardo vigile di personale specializzato giunto appositamente da Berlino. La comunità romana infatti è una delle più antiche del mondo, e quando non ci sarà più quelle antiche bibbie verranno esposte nel Museo delle Religioni Scomparse che Hitler ha intenzione di creare dopo il trionfo bellico. Alla fine ne sono stipati due vagoni interi di un convoglio ferroviari che parte dalla Stazione Tiburtina, direzione Brennero.

Dopo la guerra verranno recuperate 54 casse. Una piccola parte del tutto. 

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