Storia derelitta, poi disperata e tragica di He e Dai. Un dramma cinese che sarebbe piaciuto a Shakespeare


cina moglie suicida 

 Foto: AFP




Il cognome che gli ha dato la polizia è He. Non è quello vero, questo per proteggerlo dal clamore mediatico che in questi giorni la sua storia ha creato in tutta la Cina, e non solo.

He, 34 anni, è sposato con Dai, vivono nella contea di Xinhua e hanno due figli, una delle quali ha tre anni e soffre di epilessia. La coppia non se la passa affatto bene, vive in un’area rurale del Paese. He è pieno di debiti, più di 100 mila yuan accumulati con dei prestiti online, una sorta di strozzinaggio legalizzato che ultimamente in Cina è esploso a livelli mai visti prima. Ma lui quei soldi non sa proprio come trovarli.

Un dramma shakespeariano

E allora ecco che arriva la sfortunata illuminazione. Un piano semplice, poco ingegnoso, ma architettato certamente preso da sconforto e disperazione. He decide di stipulare una polizza sulla propria vita cui una beneficiaria è Dai; l’intenzione è quella di simulare la propria morte per ottenere la cifra, rientrare dei debiti e potersi permettere le cure per l’epilessia della piccola di casa. Ma tra un thriller alla Hitchcock e un dramma alla Shakespeare, in questa storia, il confine diventa infinitamente sottile.

He decide di affittare un’automobile e farla ritrovare in un fiume; forse pensa che la polizia troverà credibile il fatto di non rinvenire un corpo, magari potrà pensare che sia stata la corrente ad averlo portato lontano e non si dilungherà troppo in scomode domande, nel frattempo sparisce, l’assicurazione paga e lui, tempo un paio di settimane, in gran segreto, può riprendersi la sua famiglia per ricominciare lontano da quei faticosi campi. La storia, ovviamente, non andrà così perché c’è un piccolo dettaglio che farà la differenza: He decide, chissà poi perché, di non avvisare Dai della sua folle idea. Per cui la donna, una volta ricevuta la notizia dalla polizia del ritrovamento dell’auto e della morte del marito cade in un dolore insanabile.

Il terrore di vivere da vedova

Non siamo in Occidente ma in Cina, in un piccolo villaggio dove l’onore familiare derivante dalla propria stirpe fa la differenza nell’esistenza di una persona, e Dai, cresciuta senza genitori e bullizzata per gran parte della sua vita, lo sa bene. E sa bene anche cosa voglia dire essere una contadina, donna e sola. Si guadagna pochissimo e si vive in pratica in un costante clima di isolamento. Passano tre settimane, tre settimane di evidente riflessione da parte di Dai, che senza He non riesce ad andare avanti, soprattutto pensando a quale vita aspetta i suoi figli.

Non vuole che vengano su in quel mondo bigotto e ostile verso chi è più sfortunato, verso chi è povero e non può fare affidamento su una famiglia. Allora anche a lei passa per la mente un’idea folle almeno quanto quella del suo uomo: riunirsi, come si erano sempre ripromessi, per stare insieme, se non da vivi, almeno da morti. Lo scrive, in una lettera, bellissima, affidata a We Chat, una piattaforma social molto utilizzata da quelle parti, e che oggi il popolo cinese rilegge commosso pubblicata da tutti i media nazionali. Ma troppo tardi, perché nessuno ascolta il suo grido d’aiuto in tempo. Dai uccide i suoi due figli e poi si toglie la vita. He nel frattempo è lontano, irrintracciabile, si ripresenta in città il 12 ottobre, anche lui in ritardo, troppo, i corpi della sua famiglia sono stati ritrovati il giorno prima. He è disperato, non può credere che sua moglie sia arrivata a tanto, lui voleva solo pagare i debiti e le medicine per sua figlia.

“Volevo partire da sola”

L’arresto a quel punto, per frode assicurativa e danni intenzionali alla proprietà, conta poco o niente. E, come viene scritto in un editoriale di Beijing News “Il nucleo di questa tragedia non è la “morte per amore”, né l’inganno per la sicurezza finanziaria. Si tratta della disperazione completa e irrisolta sentita dalle donne, una disperazione molto comune nelle campagne”.

La differenza tra campagna e città nella Cina rurale è molto più antica, retrograda e significativa di quanto un occidentale potrà mai lontanamente intuire, la vita di una contadina in una società del genere può davvero significare l’inferno in terra.

Come scrive il Guardian “Per anni, la Cina è stato uno dei pochi paesi in cui i tassi di suicidio sono stati più alti per le donne che per gli uomini. I suicidi sono più comuni nelle aree rurali rispetto ai centri urbani che, secondo i ricercatori, potrebbero essere legati alla mancanza di opportunità economiche, all’isolamento sociale e alle politiche di pianificazione familiare che hanno costretto le donne ad abortire”.

“Volevo partire da sola, – scrive Dai su We Chat – ma senza i loro genitori, mio ​​figlio e mia figlia soffriranno e saranno vittime di bullismo come me”. Una vita impossibile da vivere, appunto. Senza alcuna speranza. Come scrive Xiong Zhi, un editorialista del Guangming Daily “Non possiamo misurare questa tragedia in termini semplici di giusto e sbagliato – proprio come non possiamo dire semplicemente che Dai è morta per amore. Ricordiamo che la protezione dei diritti e dello status delle donne in Cina ha ancora molta strada da fare”.

 

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Autore dell'articolo: admin