Storia della donna che dà un nome ai morti del Mar Mediterraneo


ricercatrice identifica migranti morti



“Numero sconosciuto 7. Trovato dal M.M. [nave della Marina Militare Italiana] Dattilo. Naufragio 11/07/2015 “, recita il piccolo cartello su una delle 120 tombe, la più anonima, del cimitero di Santa Maria dei Rotoli a Palermo – racconta El Mundo – “Ignoto”, come altri migliaia di migranti morti tra le onde del Mediterraneo e arrivati senza più respiro sul molo del porto di Palermo.

Tra le croci che ricordano le vittime del mare, cammina, con in mano un taccuino, una ricercatrice dell’Università di Bologna. Si chiama Giorgia Mirto, dal 2011 gira tra le lapidi dei cimiteri per contare i senza nome migranti seppelliti in Italia cercando di identificarli per dare una risposta alle loro famiglie.

Solo il 50% dei cadaveri raggiunge la costa

I cadaveri che raggiungono la costa italiana rappresentano meno del 50% del totale, secondo le stime – spiega il quotidiano spagnolo – E di questi, solo una piccola parte è identificata. La maggior parte finisce sepolta in un camposanto nel sud Italia in una tomba anonima. Dal 2013 Giorgia Mirto collabora con la Croce Rossa Internazionale e aggiorna un database utile per identificare i corpi senza nome, sparsi nei camposanti dell’Italia. Per le famiglie dei dispersi il problema diventa doppio perché secondo la ricercatrice “non solo non riescono ad elaborare il lutto, ma sono anche costretti ad un limbo legale nei loro paesi di origine. I morti lasciano vedove o orfani che non vengono mai riconosciuti come tali perché non esiste un certificato ufficiale di morte. Ci sono donne che non possono contrarre un nuovo matrimonio o figli che non possono ereditare”.

Il sistema di identificazione

Il sistema è complesso, ma ha permesso di dare un nome a circa il 25% dei migranti seppelliti in Sicilia dal 2013. I familiari chiedono notizie sui loro parenti, operatori della Croce Rossa incassano più informazioni possibili: con chi è partito, da dove, quanto ha pagato, se ha segni particolari. Quando è possibile il DNA del defunto è paragonato a quello dei parenti, che però raramente arrivano in Italia per poter riconoscere i loro morti. Dalla Sardegna alla Calabria, in quasi tutti i cimiteri del sud Italia ci sono tombe di migranti morti nel mare. Anche in città portuali come Genova o Livorno perché, in passato molti sono arrivati ​​nascosti in navi mercantili, non solo a bordo di chiatte. 

Italia in prima linea

Rispetto al resto d’Europa, l’Italia è in prima linea nell’individuare morti nel Mediterraneo. C’è un commissario governativo straordinario che si occupa di persone scomparse e un team multidisciplinare con la Croce Rossa e le ONG che lavorano per trovare i parenti nei loro paesi di origine.

Nell’ottobre 2013 più di 400 persone hanno perso la vita in due tragici naufragi nei pressi di Lampedusa. E due anni dopo, una barca con circa 800 migranti a bordo affondò nel Canale di Sicilia – ricorda El Mundo . Grazie a campioni di sangue, foto di Facebook e altri dati “ante mortem”, circa 60 famiglie sono state in grado di riconoscere i loro morti. Almeno 1.500 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo tentando di raggiungere l’Europa tra gennaio e luglio 2018, in base alle stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Ma si teme che la cifra potrebbe essere molto più alta poiché la maggior parte dei corpi non viene recuperata o identificata. 

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