Simone Massi, la libertà di un artigiano


Si autodefinisce «animatore resistente», dimostrandolo con fatti e opere per tutto il suo percorso. Sia in tempi grami che nel periodo recente felice e riconosciuto, Simone Massi ha sempre tenuto la barra dritta sulla propria libertà espressiva e la centralità della dimensione umana. Per scelta fuori dal grande sistema produttivo, l’ex-operaio di origine contadina di Pergola e formatosi alla Scuola d’Arte di Urbino ha realizzato in proprio ad oggi una ventina di film. Da Immemoria (1995) a L’attesa del maggio (2014), passando per La memoria dei cani (2006) e Dell’ammazzare il maiale (2011), i suoi corti disegnati in bianco e nero centrati sul ricordo e le radici hanno avuto riconoscimenti in tutto il mondo. E dalla sua terra al mondo guarda con il suo approccio stilistico e poetico riflessivo, chiamando a raccolta i migliori colleghi in sintonia ad Animavì.
Animavì è definito come festival di animazione poetica. Come si differenzia per te dagli altri film animati d’autore?
Si differenzia per una serie di cose, in primo luogo si basa su un tipo di narrazione intimista, che si rivolge all’anima dello spettatore. Poi c’è una cura diversa dei singoli fotogrammi, spesso concepiti come piccole opere d’arte. Ci sono infine il coraggio della lentezza e una sorta di rifiuto netto a ogni forma di calcolo o concessione. Ad Animavì trovano spazio solo questo tipo di opere, tutto il resto non ha bisogno di noi e viceversa.
Oltre che direttore artistico, sei fra gli attuali capofila riconosciuti a livello internazionale dell’animazione indipendente italiana. Quali sono vantaggi e svantaggi dell’indipendenza produttiva nell’animazione?
Il vantaggio è uno solo: la libertà. Gli svantaggi tutti gli altri e sono troppi per elencarli tutti. Ma non è una questione numerica, la libertà vale più del resto e non sono disposto a perderla o a barattarla.
Quanto conta la tecnica «artigianale» per avere un buon risultato «autoriale»?
Ho sempre amato disegnare e più volte mi sono sorpreso a ripetere, con il viso, le espressioni che davo ai miei personaggi. Questa cosa me la può dare soltanto l’artigianalità e vado a dormire contento solo se ho addosso una fatica sana.
Vale anche per interventi più complessi, come nel caso del documentario di Stefano Savona «La strada dei Samouni», di cui hai realizzato e diretto la parte animata?
Vale sempre, non c’è un disegno che ho realizzato giusto per fare o per guadagnare dei soldi.
Fra l’altro molti animatori che vi hanno partecipato provengono dalla Scuola del Libro di Urbino, come del resto tu e anche Roberto Catani, il cui corto «Per tutta la vita» continua a essere selezionato nei maggiori festival del settore come il prossimo Fantoche (Baden, 3-8 settembre). Qual è la cifra particolare di questa scuola?
La scuola di Urbino l’ho frequentata venticinque anni fa e c’erano degli insegnanti straordinari, caratterizzati da una grande cultura e umiltà. Insegnavano a pensare, ancor prima che a disegnare. Con il loro lavoro hanno semplicemente rivoluzionato il cinema d’animazione italiano. Alcuni di quegli insegnanti, fra i quali il mio maestro Stefano Franceschetti, insegnano ancora ad Urbino e questo a parer mio spiega molte cose.
Quali saranno le tue prossime uscite artistiche?
Venerdì (ieri, ndr) uscirà Abbecedario, un dizionario sul dialetto della mia terra, frutto di un paziente e oscuro lavoro di ricerca, iniziato trent’anni fa. Domani non so, ma oggi lo considero uno dei lavori più importanti che abbia mai realizzato.


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