Scrivere è proiettare la follia dell’Io nell’altro



Non al talento ma alla «ostinazione», non a una supposta dote naturale bensì a un elevato quoziente di «autortura» Philip Roth riteneva di dovere l’esistenza dei suoi libri, prima ancora del loro successo. Quando all’età di settantasette anni, con trentuno volumi alle spalle e un posto di primo piano nel canone occidentale, decise di mettere fine alla sua attività di scrittore, una motivata incredulità accolse la sua dichiarazione di cedimento alla stanchezza, la sua resa alle «frustrazioni quotidiane» non più … Continua


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