Schiave del sesso donate ai santoni Vudù in Ghana e Benin. Il racconto di un medico italiano


Schiave del sesso donate ai santoni Vudù in Ghana e Benin. Il racconto di un medico italiano



Aku aveva 5 anni quando la sua mamma l’ha portata allo stregone di un villaggio vicino perché ne facesse quello che voleva. Con quell’uomo, considerato sacro dalla popolazione locale, Aku è rimasta per 12 anni durante i quali ha lavorato come una schiava e dove è stata costretta a soddisfare i suoi desideri sessuali. 

Con questo gesto, una vera e propria cessione a tempo indeterminato, la famiglia di Aku si è liberata da un “crimine” che la infangava a livello comunitario. Questo crimine lo aveva commesso il nonno della bambina nel momento in cui aveva chiesto al santone protezione prima di andare in guerra. Aku è stata il prezzo da pagare in cambio di quella protezione richiesta alla divinità.

Agumenu, che di anni ne ha 39, invece non ricorda a che età la famiglia l’ha portata al santuario, ma si ricorda che ne aveva 25 quando è stata liberata dalla condizione di schiava del sesso e del lavoro del santone del villaggio. 

 

 

Un tributo ai santoni contro la sfortuna

Di Aku e Agumenu, in Ghana, in Togo, in Benin, in alcune aree della vasta regione che si estende intorno al Lago Volta, ce ne sono molte. In quei luoghi le chiamano trokosi, sono ragazze che giovanissime vengono donate ai santoni della tradizione Vudù per espiare alcune colpe di cui si sono macchiate le loro famiglie di provenienza. Donare la propria figlia a un santone elimina la colpa e libera la famiglia dalle dicerie e dalla sfortuna. 

La parola Trokosi deriva dalla lingua degli Ewe, etnia che si trova nella zona del Volta in Benin, Togo e Ghana ed è una combinazione di due parole “tro” e “kosi” dove “tro” significa dio o divinità, e “kosi” significa schiavo. Trokosi significa quindi “schiavo di Dio”. In Ghana e in Togo, questa pratica è legata alla tribù degli Ewe mentre in Benin è praticata dai Fon.

Quando le ragazze vergini vengono inviate ai santuari, diventano “mogli del dio” e vengono sfruttate sia sessualmente che lavorativamente, a casa o nei campi, dai sacerdoti e dagli anziani del santuario. Se una ragazza fugge o muore, deve essere sostituita da un’altra della stessa famiglia. Alcune ragazze in servitù rituale sono la terza o la quarta generazione che soffre dello stesso crimine.

In Togo e in Benin, queste pratiche religiose tradizionali sono chiamate voodoosi o vudùsi. Le vittime sono conosciute in Ghana come schiave fetish perché gli dei della religione tradizionale africana vengono comunemente chiamati feticci e i sacerdoti che li servono sono sacerdoti fetish. 

Schiave del sesso donate ai santoni Vudù in Ghana e Benin. Il racconto di un medico italiano

  Giacomo Urbani in un villaggio in Ghana

Il viaggio di Giacomo Urbani

A raccontare e documentare, con coraggio e dedizione, la condizione di tante bambine, finite schiave e poi liberate, molte grazie all’intervento di alcune Organizzazioni non governative come International Needs, è stato un medico italiano, Giacomo Urbani. Specializzato in odontoiatria, Urbani è da quasi 15 anni impegnato in azioni di volontariato in campo medico e sanitario nei sperduti villaggi del Ghana orientale dove è entrato in contatto con la realtà delle credenze e delle pratiche legate al voodoo. Grazie al suo lavoro da “stregone obroni”, medico bianco, Urbani ha potuto assistere ai riti di questa antica religione tradizionale infarcita di forti elementi rituali e di pratiche antichissime quanto estreme, come quello delle trokosi. 

“Ne ho incontrate 29 di ex-trokosi – spiega Urbani di ritorno da un ennesimo viaggio in Ghana conclusosi il 15 novembre – da ognuna di loro mi sono fatto raccontare le circostanze della cessione e quelle della liberazione, il tipo di vita che hanno condotto con il santone e quello che fanno oggi che sono riuscite a sfuggire alla schiavitù”. 

Del fenomeno delle Trokosi si parla poco. Le leggi sulla carta la proibiscono, in Ghana ad esempio la pratica è stata messa fuori legge nel 1998, ma sono ancora in molti a scegliere di non denunciare chiusi in un silenzio che pesa, ma che è legato a credenze ataviche, alla paura di diventare essi stessi oggetto di calamità e sfortuna. 

Raccolte 29 testimonianze

Di questo fenomeno esiste ancora poca letteratura ma si può saperne di più leggendo Wisdom Mensah, professore in scienze educative alla University of West Florida, che ha oltre 20 anni di esperienza lavorativa con diverse Ong in Ghana con cui si è occupato dell’emancipazione di 4.000 donne e bambine e che è autore di un libro sul fenomeno “Female Ritual Servitude: The Trokosis in Ghana”. 

Se ne è tornato ad occupare, dopo la pubblicazione di un lavoro di ricerca sul fenomeno, “voodoo: le schiave esistono ancora”, Giacomo Urbani, che ha questa volta registrato in video le testimonianze delle 29 ex-trokosi incontrate e che presto produrrà un documentario sull’argomento. 

Secondo il professor Mensah la pratica prospera ancora anche perché “c’è un gruppo di tradizionalisti, per lo più maschi, che credono fortemente che il fenomeno delle trokosi sia parte del patrimonio culturale degli Ewe e che come tale debba essere preservato, pertanto si oppongono a ogni tentativo di fermarne la pratica”.

 

 

Rimane il fatto che questo fenomeno è una grave violazione dei diritti umani nei confronti delle donne e dei bambini, un problema di cui anche la comunità internazionale, secondo il professore Mensah e molti attivisti, dovrebbe farsi carico facendo pressioni sui governi e sulle popolazioni interessate per far rispettare, laddove esistono come in Ghana, le leggi che rendono la pratica della trokosi un crimine. “Se la pressione venisse portata da organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’ECOWAS, l’Unione Europea, ecc., la pratica dei Trokosi nell’Africa occidentale potrebbe rapidamente vedere la fine” è la sua conclusione.

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Autore dell'articolo: admin