Sakem, l’oasi nel deserto egiziano dove la solidarietà è anche sostenibile


oasi nel deserto egitto assuan

Amro Maraghi/Afp


I lavoratori dell’oasi verde Sekem




In Egitto, 60 chilometri a nordest del Cairo, sorge un’oasi verde nel bel mezzo del deserto: nel cuore della parte più arida della ‘terra dei faraoni’ – arida perché non toccata dal Nilo e dalle piogge e dove quindi l’agricoltura e la vita possono sembrare utopia – sorgono invece 684 ettari coltivati e 85 aziende agroalimentari che danno lavoro a centinaia di persone. Usando i metodi agricoli biodinamici, la terra del deserto è stata rivitalizzata e al suo posto si è sviluppata un’intensa attività agricola.

 

Nel corso degli anni, Sekem è diventato l’ombrello di un gruppo agroindustriale di aziende, ong, associazioni di agricoltori, istituzioni educative e finanche un centro medico: nella ‘Sekem farm’ vive una vera e propria comunità autosufficiente e totalmente sostenibile. L’iniziativa Sekem nacque nel 1977 dall’idea e tenacia di Ibrahim Abouleish che, dopo essersi laureato in chimica e medicina in Austria, tornò in Egitto per avviare un ambizioso progetto che potesse risolvere alcune delle sfide che il suo Paese fronteggiava a gran fatica. Tra queste, la povertà incalzante, il livello di istruzione basso, l’agricoltura in crisi per mancanza di irrigazione, soprattutto a causa della costruzione della diga di Assuan.

 

Quest’oasi nel deserto è “un’iniziativa di tipo olistico,” racconta Maximilian Abouleish, capo responsabile Sekem dello Sviluppo Sostenibile. L’innovazione principale risiede infatti nella sua interdisciplinarietà: si tratta di un progetto economico, sociale e finanche culturale allo stesso tempo, che mira non solo ad essere un esempio di business per garantire lo sviluppo economico locale, ma anche un esempio di vita sociale basata su principi di solidarietà, umanità e condivisione.

Dunque, un’oasi in tutti i sensi: non solo per il verde che è riuscita a far sbocciare nel cuore del deserto grazie alla biodinamica e all’agricoltura organica, ma anche per l’incredibile successo economico che rende questa realtà un esempio per l’intera regione mediorientale, da sempre strangolata dal clima arido e in alcuni casi da un mancato sviluppo economico.

 

“Sekem si sforza di essere un’iniziativa di sviluppo attiva in quattro sfere della vita: economica, ecologica, sociale e culturale,” afferma Maximilian Abouleish, intervistato da Agi. “Per noi l’obiettivo non è mai stato quello di sviluppare solo una sfera, ma di integrare tutte le sfere della vita e di mostrare l’innovazione sociale possibile da tale integrazione. Vogliamo essere un laboratorio sociale di cambiamento che illustra come affrontare le sfide della società, creando valore e investendo nello sviluppo umano, promuovendo relazioni basate sul commercio equo e sui diritti umani e nel rispetto della natura”.

Nel 2018, poco dopo la scomparsa di Ibrahim Abouleish – il fondatore di Sekem – i membri dell’organizzazione egiziana hanno deciso di delineare una nuova strategia per i successivi 40 anni, sulla scia degli omologhi ‘Sustainable Development Goals’ delle Nazioni Unite. La ‘Vision 2057’ ha individuato 18 ‘goal’ per disegnare il giusto orientamento verso una via di sviluppo sostenibile tenendo conto delle sfide globali.

Secondo le stime ONU, nel 2050 il nostro pianeta sarà infatti abitato da 9,8 miliardi di persone, un importante incremento rispetto agli attuali 7,6 miliardi. L’incremento demografico, insieme alle tante trasformazioni in atto – come l’avvento e sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale – cambieranno il modo di gestire ogni aspetto delle nostre comunità.

Inoltre, il cambiamento climatico, le crescenti migrazioni e le interdipendenze globali sempre più fitte e complesse, impongono una determinata pianificazione politica, economica e sociale. Leggendo la Vision 2057, è evidente quanto dietro l’architettura messa in piedi da Sekem vi sia una lungimirante consapevolezza delle sfide presenti e future. “Vogliamo ispirare l’Egitto e la sua società con il nostro progetto sostenibile e vorremmo dimostrare che il nostro modello è scalabile e in certa misura replicabile,” continua ancora Abouleish.

“Conosciamo i nostri limiti e sappiamo che senza la leadership visionaria di Ibrahim, di suo figlio Helmy (l’attuale Ceo) e di una manciata di membri del Sekem Future Council, non saremmo arrivati a dove siamo oggi,” aggiunge Abouleish. “Ritengo quindi non sia facile replicare il nostro modello ma miriamo costantemente ad essere una fonte di ispirazione e ad imparare noi stessi da altre realtà”.

Oggi, SEKEM è considerata un’importante azienda sociale e continua a ricevere autorevoli riconoscimenti a livello globale. Nel 2003 l’organizzazione e il suo fondatore ricevettero il prestigioso ‘Right Livelihood Award’, noto anche come ‘premio Nobel alternativo’. Il comitato di premiazione dichiarò che “Sekem dimostra come un moderno modello di business combini redditività e successo nei mercati mondiali con un approccio umano e spirituale alle persone, pur mantenendo il rispetto per l’ambiente”.

Più di recente, nel gennaio 2019, Sekem ha ricevuto – insieme ad altre quindici entità e progetti sparsi per il mondo – il riconoscimento ‘Outstanding Practice in Agroecology’: il premio, mira a mettere in evidenza le pratiche che eccellono per la loro capacità di favorire lo sviluppo di piccoli produttori alimentari e che aiutano a mantenere gli ecosistemi, rafforzando allo stesso tempo la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Quando nel 1977 Ibrahim fondava Sekem, prevedeva che ci sarebbero voluti 200 anni per poter completare quel cambiamento visionario basato sullo sviluppo sostenibile”.

Se le previsioni di Ibrahim dovessero essere realistiche, vuol dire che non siamo neanche a meta’ dell’opera ma almeno quest’oasi nel cuore dell’Egitto sembra essere proprio sulla giusta strada. 

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