Questo doveva essere il giorno della Brexit


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La seduta a Westminster sulla Brexit




Nel giorno per mesi programmato come quello della Brexit la premier britannica Theresa May si gioca la sua ultima carta e forse l’atto definitivo della sua carriera politica. La premier cercherà di salvare l’accordo da lei negoziato con Bruxelles per la Brexit sottoponendolo per la terza volta al voto in Parlamento. Ma la maggioranza non è affatto assicurata.

È, alla fine, arrivato il ‘via libera’ al voto, che non era scontato, dello speaker della Camera: John Bercow, la scorsa settimana lo aveva escluso sostenendo che i deputati non potevano riconsiderare un testo che era già stato bocciato altre volte.

Per eludere l’ostacolo, il governo ha deciso di presentare al voto solo una parte dell’accordo, il trattato di uscita, quello che stabilisce i termini del divorzio, ma non la dichiarazione politica sulle future relazioni bilaterali con i restanti 27.

La speranza di evitare il peggio

Se il testo verrà approvato, il Regno Unito eviterà lo spettro del no-deal il 12 aprile e rimanderà la data del divorzio al 22 maggio, come stabilito nell’ultimo vertice dei leader europei.

In questo lasso di tempo guadagnato, dovrà ratificare il pacchetto completo dei documenti che permetteranno una Brexit negoziata, compreso il testo che dettaglia le linee fondamentali del modello di relazione che sperano di forgiare con Bruxelles dopo la separazione.

Il trattato di uscita che sarà messo al voto comprende invece, nelle sue 595 pagine, alcuni degli aspetti più controversi del negoziato di May negli ultimi due anni: i conti del divorzio da pagare a Bruxelles (circa 45 miliardi di euro), i diritti futuri dei cittadini su entrambe le sponde della Manica e delinea anche uno degli aspetti più controversi dell’intero negoziato, il backstop, il meccanismo di salvaguardia per evitare il confine tra le due Irlande.

Il risultato del voto non è affatto scontato. Proprio questa clausola è la ragione principale per cui il Partito democratico unionista nordirlandese, i cui dieci deputati sono fondamentali per la tenuta del governo, continua a insistere che voterà ‘no’ all’accordo. La premier deve affrontare anche la persistente opposizione di un folto gruppo di deputati euroscettici proprio all’interno dei Tory (il numero dei ribelli si sarebbe ridotto a 16, ma non azzerato).

Un’offerta seducente

Proprio per superare questi ostacoli, mercoledì May ha offerto, in cambio del sostegno all’accordo, di dimettersi prima che cominci la seconda fase dei negoziati con Bruxelles.

L’offerta seduce i Tory che aspirano a condurre quella trattativa, ma non è detto che basti.

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Manifestazioni in strada contro lo stallo politico sulla Brexit, Londra

Battuta per 149 voti il 12 marzo, May – se il Dup voterà ‘no’ come previsto – ha bisogno di recuperare i ribelli Tory oppure di convincere parte dei deputati laburisti all’opposizione, magari impegnandosi a elaborare con loro i termini del futuro rapporto commerciale. Ma potrebbe non bastare.

La premier ha garantito che non permetterà un’uscita no deal senza il beneplacito del Parlamento, che in diverse occasioni ha votato contro questa opzione.

L’opzione più probabile, dunque, se non si ratifica l’accordo è, secondo May, che il Regno Unito chieda un’altra proroga, che però l’obbligherebbe a partecipare alle elezioni europee di maggio. Bruxelles permettendo.

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