Quello che sappiamo dell’omicidio di Stefano Leo


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Stefano Leo




Dallo scorso febbraio passeggiare lungo i Murazzi, a Torino, non è più la stessa cosa. Soprattutto lungo quel tratto di strada che costeggia il fiume Po davanti a Piazza Vittorio, una delle piazze più note e più grandi d’Europa. A scrivere è chi, in quella zona, ci abita da diversi anni. E che ha speso molti sabato e molte domeniche mattine passeggiando, correndo con gli auricolari nelle orecchie, leggendo seduto su una panchina o sulla riva del fiume. Tutto senza che mai nessuna minaccia incombesse a rompere quel momento di relax.

Da un paio di settimane, invece, qualcosa è cambiato. Me lo ricordano, ogni volta che torno a casa, i fiori e i messaggi che gli amici e i parenti di Stefano Leo, 33 anni, hanno lasciato in quello stesso luogo che, la mattina di un sabato qualunque, si è trasformato da oasi di pace a scena di un delitto. Un delitto che oggi, dopo quasi un mese, è ancora senza colpevole e senza movente.

Pochi giorni fa lo ha ricordato, a tutti noi che in quella zona di Torino ci viviamo, Alberto Ferraris, il compagno della mamma di Stefano Leo, con una lettera in cui si chiedeva a noi residenti di aiutare in qualunque modo le indagini: “Prego con tutto il cuore che uno di voi, che vivete proprio qui, abbia un sussulto, un ricordo, un’associazione di idee, una sensazione di anomalia e sia in grado di indicare un giorno sospetto, un momento specifico su cui indagare, facendo una semplice segnalazione”.

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Alessadro Frau / Agi

La lettera lasciata in centinaia di cassette postali sul Lungo Po

L’omicidio

Quello che oggi viene chiamato “il giallo dei Murazzi” ha inizio il 23 febbraio alle 11 di mattina. Si tratta di un sabato non particolarmente freddo e soleggiato. Stefano Leo viene accoltellato alla gola tra lo sgomento dei passanti con l’omicida che si dilegua immediatamente senza lasciare traccia. Il ragazzo riesce a fare qualche passo risalendo una scaletta che porta verso le macchine e cercando aiuto ma poi, giunto all’incrocio tra Corso San Maurizio e Via Napione, si accascia per terra.

Tutto ciò accade, come scrive Repubblica, in appena venti secondi. Il risultato dell’autopsia, eseguita dal medico legale Roberto Testi, conferma come arma del delitto un coltello di grande dimensioni e molto affilato: un solo taglio, infatti, ha squarciato la gola del 33enne. Non è stato invece possibile chiarire, con certezza, se l’assassino avesse agito alle spalle o di fronte alla sua vittima.

Le immagini

La telecamera di sorveglianza riprende la fuga del killer e poi, poco dopo, lo stesso Leo. L’identikit stilato parla di un ragazzo tra i 30 e i 35 anni, alto circa 1.75, magro, vestito in tenuta “ginnica”, pantaloni della tuta e una felpa, e con una borsa di tela, simile a quelle di un comune supermercato, con un logo tondo che non si distingue. I fotogrammi però non forniscono dettagli decisivi sul viso. Sembrerebbe avere i capelli lunghi e ricci raccolti in una coda ma non c’è alcuna certezza. Un ragazzo, che portava in giro il suo cane e che viene considerato testimone attendibile, parlerà di un vero appostamento con l’omicida fermo ad attendere il suo obiettivo per circa almeno 40 minuti: “Non voleva essere fotografato, quando l’ho rassicurato che non avevo scattato mi sono allontanato”.

Poco dopo spunta anche l’ipotesi che lo stesso omicida possa avere avuto lo stesso diverbio con una coppia che però non è ancora stata rintracciata. L’analisi delle immagini riprese svelano altri dettagli della sua fuga: inizialmente procede con passo spedito ma non corre. Sembra indeciso su quale strada imboccare a causa del traffico presente. Poi sceglie di allungare la falcata dirigendosi verso via Martin Pescatore. Passa anche davanti a un operatore ecologico che, sentito dalle forze dell’ordine, non riesce a vederlo in faccia. Infine, sparisce.

Le parole dei genitori

Mariagrazia Chiri, la mamma di Stefano, parla a poche ore dal fatto: “Vogliamo giustizia. Chi ha visto si faccia avanti”. La prima reazione è d’incredulità: “Era un ragazzo buono, non mi ha mai dato problemi. Ci sentivamo tutti i giorni, se fosse stato preoccupato me ne sarei accorta”. Neanche i sopralluoghi nella casa del giovane, immediatamente successivi, permettono di capire i motivi di quella brutale aggressione. Il padre, Maurizio Leoin un’intervista a La Stampa, racconta il suo sgomento e denuncia l’assenza di vicinanza da parte dell’amministrazione cittadina: “Lo hanno ammazzato mentre andava a lavorare. In pieno giorno, non alle 3 di notte mentre andava a un rave. E dal sindaco Appendino non è arrivata una parola di conforto a me o alla mamma”.

Chi era Stefano Leo

Originario di Biella, si era laureato brillantemente a Milano in giurisprudenza, città dove attualmente vive il padre. Si era trasferito a Torino da poco e viveva nel quartiere Vanchiglia, lo stesso dove è stato ucciso. Nel capoluogo piemontese lavorava, assunto da dicembre, come commesso per K-Way nel negozio in piazza Comitato di Liberazione Nazionale, meglio nota come piazza Cln. La mattina dell’aggressione era uscito per recarsi al negozio e iniziare il suo turno. Sia la famiglia che i colleghi l’hanno descritto come un ragazzo dal temperamento gentile e senza apparenti problemi.

Gli ultimi quattro anni, prima del rientro in Italia, li aveva passati in Australia nel New South Wales presso la comunità Khrisna di Murwillumbah. Era da sempre affascinato dalla spiritualità e dalla meditazione come ricorda la stessa comunità che lo aveva accolto a braccia aperte dall’altra parte del mondo. Eppure gli investigatori, nonostante il carattere tranquillo della vittima, sono sempre più convinti che si tratti di un omicidio premeditato e non, come sembrava all’inizio, il gesto di un folle.

Le prime piste seguite

Le prime voci che circolano sono quelle relative all’azione di un matto che potrebbe aggirarsi ancora nei paraggi del fiume. Tra la gente scatta il panico. Una chiamata alla polizia, che poi sarà smentita, denuncia di aver visto il killer muoversi nella zona. Poco dopo circola l’ipotesi di un giovane nordafricano con la pelle olivastra il cui identikit viene prontamente bollato come inattendibile dal Comando provinciale dei carabinieri di Torino contattato da Open.

Alcune ricostruzioni successive ipotizzano che Stefano possa aver litigato con un uomo seduto in una di quelle panchine in cui sostano spesso i pusher e i clienti. Lo stesso copione raccontato dal supertestimone citato in precedenza. Ma il telefonino del giovane non è stato sottratto dall’assalitore per cui, anche questa, è una pista che si è rapidamente ridimensionata.

Il mitomane

Dopo alcune settimane sembra esserci una nuova svolta. Un uomo, accompagnato dal suo legale, si presenta di sua sponte nella caserma dei carabinieri di via Valfrè autoaccusandosi dell’omicidio e affermando di essersi liberato dell’arma gettandola tra i rifiuti. I due magistrati che coordinano l’inchiesta, Ciro Santoriello ed Enzo Bucarelli, lo interrogano fino a notte fonda. L’uomo non è ritenuto attendibile, soffre di disturbo della personalità e prende diversi farmaci. Per gli investigatori si è in presenza di un mitomane che in realtà non c’entra nulla con l’omicidio. Insomma, solo una perdita di tempo.

Il delitto passionale

Ad oggi l’ipotesi più gettonata sembra essere quella passionale. Si inizia a pensare che, per motivi ancora da appurare, qualcuno possa aver provato gelosia e risentimento per quel giovane che, gentile di bell’aspetto e premuroso, era apprezzato dalle donne. Ma non ci sono ancora riscontri attendibili. L’unica cosa certa, quindi, è che un giovane di 33 anni è stato brutalmente assassinato in pieno giorno a Torino e, dopo quasi un mese, ancora non si conosce il nome del colpevole.

Per ricordare cosa è successo, oltre al lavoro dei giornalisti e le parole dei parenti, ci sono quei fiori e quei messaggi che spuntano ogni volta che noi residenti passeggiamo per quella che credevamo fosse una strada sicura e pacifica. Un monito per non dimenticare cosa è successo a un giovane di 33 anni che, godendosi il sole del sabato, aveva deciso di farsi una camminati prima di andare al lavoro. E che merita di avere giustizia.

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