Quel “morto ogni tanto” che rischiava di essere Paolo Borrometi


Quel "morto ogni tanto" che rischiava di essere Paolo Borrometi



“Se gli sparano non gli fanno niente. Quello (il capomafia) fa saltare a lui, alla scorta, tutti, tutti, tutti, anche la scuola doveva saltare con tutti i bambini dentro”. Si tratta di una delle intercettazioni rivelate nel libro del giornalista Paolo Borrometi dal titolo “Un morto ogni tanto” in libreria per l’editore Solferino, presentato ieri a Roma alla presenza del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho

La polizia di Pachino aveva, nell’aprile scorso, scoperto l’attentato nei confronti del giornalista. Queste nuove intercettazioni confermano la strategia dei clan di “cosa nostra” nei confronti di Borrometi. I boss di Pachino, si legge dalle intercettazioni inedite, avrebbero pensato all’attentato con l’autobomba perche’ “se gli sparano non gli fanno niente” in quanto Borrometi è sotto scorta. E si sarebbero spinti a ipotizzare persino un attentato a scuola che “doveva saltare con tutti i bambini dentro”.

“Succederà l’inferno”

Il libro prende il nome dalle intercettazioni del 10 aprile scorso in cui la Polizia di Pachino aveva captato i dialoghi di Giuseppe Vizzini, braccio destro del capomafia di Pachino Salvatore Giuliano, che anticipava ai figli: ci sarà “u iocufocu (ci saranno i fuochi d’artificio, lo scoppio della bomba), come c’era negli anni ’90. Ogni tanto un murticeddu (un morto), vedi che serve. Succederà l’inferno, una mattanza per tutti”.

Nel libro anche gli affari sporchi della criminalità organizzata con la migrazione e la piaga delle agromafie. “L’affare dei migranti ha da sempre interessato le mafie e riguarda anche lo smantellamento delle imbarcazioni che li trasportano, che, insieme al clan Ercolano di Catania, era effettuato tramite un’impresa che si trova nel territorio di Pozzallo” scrive Borrometi, denunciando gli affari che le mafie fanno in Sicilia con i migranti e riportando le parole inedite di un collaboratore di Giustizia e già reggente del sodalizio mafioso, Luigi Cavarra. “Gli interessi relativi all’accoglienza dei migranti si riferiscono ad attività presenti a Siracusa. Il clan siracusano Bottaro-Attanasio estende i suoi tentacoli anche al business dei migranti, attraverso l’assegnazione dei bandi per la gestione delle attività di accoglienza in alcune strutture del siracusano e dell’agrigentino”.

Il pomodorino come metafora

“Il pomodorino ciliegino come metafora di quanto la mafia o meglio ancora le mafie, si siano ormai create un posto d’onore persino nei nostri piatti, tra la frutta e la verdura” scrive ancora il giornalista, ricostruendo il viaggio del pomodorino dalla raccolta nelle campagne siciliane alla tavola delle persone. “Quotazioni sui campi stracciate e prezzi gonfiati da rincari ingiustificati: per comprare un chilo di ciliegini una famiglia può arrivare a spendere attorno ai 7,50 euro a Milano, che salgono a 14 a Londra e superano i 15 in Canada, quando quest’anno, in media, un chilo di ciliegini è stato venduto dai produttori per circa 40 centesimi”.

Ma Borrometi ricostruisce il viaggio che va dai campi ai mercati. “Tutto si muoveva sulla dorsale Vittoria-Fondi-Milano. A partire da questi tre centri si sono costruiti pericolosi cartelli mafiosi che avevano gestito in maniera monopolistica le rotte della commercializzazione dei prodotti tra i principali mercati, non solo italiani”. Borrometi, fra nomi e cognomi dei boss e dei clan, spiega che il “piatto è ricco” è che: “A cosa nostra e alla stidda (coadiuvate da organizzazioni criminali anche straniere) vanno gli affari locali (dalle guardianie al caporalato, al confezionamento dei prodotti, alla loro vendita, ai box per depositarli, fino allo smaltimento della plastica); alla camorra, per la precisione ai casalesi, vanno i trasporti, mentre alla ‘ndrangheta va la disponibilità dei camion su cui viaggia la merce”.

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