Primarie a colpi di boomerang


Un elettore del Pd o anche un semplice osservatore interessato alle vicende dell’area politica democratica, oggi si trovano di fronte a uno dei capitoli più confusi e opachi della breve storia di questo partito. Più che a una combattuta contesa di idee e di programmi, le primarie e il non-congresso somigliano ormai a un masochistico, distruttivo lancio di boomerang.

L’ultimo ha colpito e azzoppato Marco Minniti, candidato diversamente renziano: prima no, poi si, poi il definitivo «no grazie», tutto nel breve volgere di qualche settimana. Non che Minniti fosse la stella cometa che a Natale avrebbe indicato la via della riscossa del partito, ma il dietrofront toglie alle primarie quel po’ di forza attrattiva che avrebbero potuto rappresentare la sfida tra l’ex ministro e il presidente della regione Lazio, Zingaretti.

La forza distruttiva di Renzi è stata sottovalutata persino dai suoi più agguerriti critici. Il partito è lacerato e l’ultima mazzata, con l’uscita di scena di Minniti, offre la misura della triste parabola del partito veltroniano.

Il fatto è che, a volersi dire la verità, il Pd ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva, ma nessuno vuole seppellire il morto in casa, anzi tutti quelli che ambiscono a dividersene le spoglie sono impegnati nell’estremo tentativo di rianimarlo.

Avevamo lasciato un partito ferito dallo strappo di una scissione e indebolito dalla fine della leadership renziana, un partito proiettato verso un congresso che avrebbe dovuto finalmente spiegare le ragioni della sconfitta, della rottura del 4 marzo, chiarire le cause di una crisi tutta scritta nel divorzio con le periferie sociali e con le nuove generazioni. E, non da ultimo, tanto orgoglioso della crescita del Pil quanto sordo alla vertiginosa crescita delle diseguaglianze.

Almeno una diagnosi per poi preoccuparsi della cura con la definizione di programmi e la formazione di gruppi dirigenti. Ci ritroviamo, invece, davanti a una forza che non arriva al 20%, pronta a spaccarsi come una mela in due metà (anche in tre nella peggiore delle ipotesi), con una nuova scissione.

Da una parte i renziani-macroniani (quelli che rimpiangono Berlusconi, quelli che hanno giocato al tanto peggio con l’alleanza 5Stelle-Lega), dall’altra gli anti-renziani che nessuno sa bene in che cosa si differenzino dal renzismo fino a ieri o condiviso o subìto, sul referendum costituzionale, come sul jobs act.
Per una persona normale, per chi più che ai retroscena vorrebbe partecipare a un nuovo scenario politico, trovare le differenze tra gli attuali candidati è una missione impossibile.

L’unica via di salvezza sarebbe una sana elaborazione del lutto per costruire in Italia un partito di sinistra capace di contendere il campo ai 5Stelle con una forza consistente e concorrenziale, di alternativa.

Anche perché a sinistra del Pd oggi non si presentano certo rosei orizzonti. Basta vedere che fine ha fatto la lista di Liberi e Uguali, un altro amalgama non riuscito, non solo per la miope difesa di piccole rendite di vecchie nomenklature, ma anche per le divisioni politiche tra ex Pd e Sinistra italiana. Di conseguenza nemmeno si è arrivati alla celebrazione di un congresso che anziché di fondazione sarebbe stato causa di ulteriori divisioni.

Ma i contrasti, i punti di vista diversi, le difficoltà di trovare una proposta comune di governo e di alleanze avrebbero bisogno di essere sciolte fuori dalle stanze del Nazareno, nell’incontro con le persone che non credono più alla politica, nella riconquista di quei milioni di elettori che piuttosto hanno preferito il salto nel vuoto con i pentastellati per poi ritrovarsi come leader Salvini.

Perché alla fine i pezzi si possono sempre incollare, ma poi resta un fragile vaso di coccio pronto a rompersi di nuovo al prossimo, purtroppo non improbabile, flop elettorale.


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Autore dell'articolo: admin