Post-infarto: la prevenzione di nuovi episodi non è ancora sufficiente


la prevenzione secondaria l’anello debole del trattamento delle malattie cardiovascolari. Mentre l’intervento acuto, per esempio nel caso dell’infarto miocardico, ha consentito negli ultimi anni di ridurre sensibilmente la mortalit immediata, la sopravvivenza a lungo termine non si modificata pi di tanto. Sul banco degli imputati il mancato controllo dei fattori di rischio cardiovascolare. Si tratta di un fenomeno che coinvolge una quota molto importante di pazienti che, secondo i dati italiani, arriva anche al 50% — afferma Pasquale Perrone Filardi, direttore della Scuola di specializzazione in malattie dell’apparato cardiovascolare, all’Universit “Federico II” di Napoli —. Ci significa che la met dei pazienti che meriterebbero una terapia aggressiva del rischio cardiovascolare purtroppo non ricevono un adeguato trattamento di prevenzione secondaria. In questo ambito rientra anche il problema delle dislipidemie, quindi dell’ipercolesterolemia, il fattore di rischio principale nelle malattie cardiovascolari.

I costi della mancata prevenzione

Il problema della scarsa aderenza alla terapia stato oggetto dell’iniziativa Meridiano Cardio “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, un incontro che ha messo a confronto medici ed economisti. Il mancato controllo dei fattori di rischio ha infatti un impatto pesante non solo in termini di vite umane e disabilit, ma anche di ordine economico. I costi diretti e indiretti delle malattie cardiovascolari sono considerevoli, stimati in circa 21 miliardi di euro all’anno — ricorda Francesco Saverio Mennini, professore di Economia sanitaria, direttore dell’Eehta (Centre for Economic Evaluation and HTA, Health Technology Assessment) all’Universit degli Studi, Roma Tor Vergata —. In particolare i costi sanitari diretti, riconducibili per l’84% alle ospedalizzazioni, ammontano a 16 miliardi.

Lo studio

L’economista romano ha appena concluso una ricerca in cui ha analizzato il comportamento dei pazienti in prevenzione secondaria abitanti nelle Marche e in Umbria, con particolare riferimento al controllo del colesterolo.L’analisi ha evidenziato una quota di pazienti non trattati pari a circa il 28%, di cui solo una piccola parte sembrerebbe costituita da soggetti non affetti da ipercolesterolemia – afferma Mennini —. L’analisi dei livelli di colesterolo LDL evidenziano una quota di pazienti nochenon rientrano nei livelli “ norma” pari al 65,1% per gli utilizzatori delle statine meno potenti e pari al 53,9% per gli utilizzatori di statine pi potenti. Una quota di pazienti risulterebbe trattata comunque in maniera non ottimale e, anche nel caso di trattamento ottimale, pi della met dei soggetti non raggiunge livelli di LDL definiti dalle linee guida. Si tratta di dati poco incoraggianti.

Nuovi farmaci

A maggior ragione se si considera che oggi abbiamo la possibilit di interventi farmacologici di estrema efficacia, come quelli con i nuovi anticorpi monoclonali anti PCSK9 che consentono di arrivare a livelli di colesterolo molto pi bassi di quelli che oggi consideriamo come target, livelli che producono un beneficio aggiuntivo sugli eventi cardiovascolari aggiunge Perrone Filardi. Un tentativo di migliorare la presa in carico dei pazienti in prevenzione secondaria stato messo in atto in alcune Regioni. il caso di Lazio e Lombardia. In quest’ultima stata realizzata una rete di centri di riferimento che si occupano di dislipidemie e cardiopatia ischemica.

Le iniziative in Lombardia e in Lazio

Abbiamo creato una rete di una decina di ospedali costantemente in contatto, che si scambiano le informazioni e in cui si fa informazione e formazione — spiega Stefano Carugo, direttore del Dipartimento cardio-respiratorio, Asst Santi Paolo e Carlo di Milano —. L’obiettivo cercare di identificare il prima possibile i pazienti con un profilo di rischio cardiovascolare elevato. Per il momento si tratta di una rete ospedaliera; il passaggio successivo preevde il coinvolgimenti dei medici di famiglia. Un intervento analogo stato realizzato nel Lazio. Il tentativo che abbiamo fatto stato quello di organizzare meglio le risorse umane e strutturali di cui disponiamo — spiega Furio Colivicchi, direttore della Unit operativa complessa di Cardiologia, all’ ospedale San Filippo Neri di Roma -. Nella ASL ROMA, 1 abbiamo iniziato a costituire degli ambulatori ospedalieri in grado di prendere in carico i malati con il profilo di rischio pi alto e di collaborare con le strutture del territorio, cardiologi ambulatoriali e medici di medicina generale, per gestire i pazienti con problemi meno gravi. Un approccio che comincia a dare i primi frutti. I pazienti seguiti all’interno del progetto presentano un miglior profilo clinico complessivo e una riduzione dei nuovi eventi.

29 ottobre 2018 (modifica il 29 ottobre 2018 | 12:37)

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Autore dell'articolo: admin