Perché una vittoria di Bolsonaro in Brasile non sarebbe una buona notizia per l’ambiente


Perché una vittoria di Bolsonaro in Brasile non sarebbe una buona notizia per l'ambiente

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 Jair Bolsonaro




Favorito al secondo turno delle presidenziali del 28 ottobre in Brasile, l’elezione del candidato di estrema destra Jair Bolsanoro si preannuncia come una brutta notizia per l’ambiente, con ripercussioni sull’intero pianeta. Il programma di quello che è già stato soprannominato il ‘Trump tropicale’ parla chiaro: uscita dall’accordo di Parigi, abolizione del ministero dell’Ambiente che verrà accorpato a quello dell’Agricoltura e via libera ad un’autostrada che taglierà in due l’Amazzonia, più grande foresta pluviale tropicale e polmone verde del pianeta.

Come se non bastasse, Bolsanaro intende dare il proprio consenso all’apertura di miniere ed altre attività commerciali nelle zone indigeni – il 13% del territorio nazionale – facilitare al massimo le licenze per abbattere la foresta amazzonica oltre a stringere alleanze con i produttori di carni bovine e bandire dal Paese le Ong ambientaliste internazionali.

Idee estremiste contro l’ambiente

Proprio per le sue idee estremiste anti-ambientali, sotto la sua bandiera si sono radunati land grabber, fazendeiros, taglialegna e minatori illegali: un cospicuo bacino di voti negli Stati rurali del Brasile centro-occidentale e in quelli amazzonici. Da mesi il candidato di estrema destra, noto per le sue idee razziste, omofobe e anti-femministe, ha annunciato in caso di vittoria l’uscita dall’Accordo sul clima di Parigi, in linea con la decisione già presa dal suo idolo Trump. In base ad una teoria tutta sua, il leader del Partito Social-Liberale (PSL) sostiene che responsabile della deforestazione e del cambiamento climatico sia “la crescita esplosiva della popolazione, che coltiva la soia e alleva capi di bestiame, certamente non sul proprio terrazzo o nel cortile”.

Nei suoi piani serve “una politica di pianificazione familiare per ridurre la pressione su quei fattori che portano al riscaldamento globale, possibile fine della specie umana” ha detto Bolsanoro al sito ‘Climate Home News'(CHN). Secondo la stessa fonte, l’uscita dall’Accordo di Parigi significherebbe che il Brasile non sarebbe più impegnato a frenare le sue emissioni provenienti dalla deforestazione del suo polmone verde, fonte più grande di gas serra rispetto alla combustione di fossili. Per Bolsonaro l’accordo firmato nella capitale francese nel 2015 fa parte di “un complotto occidentale per creare stati separatisti amazzonici sostenuti dall’Onu, in cui il primo mondo sfrutterà gli indigeni mentre il Brasile perderà la sua sovranità e per noi non resterà nulla”.

Per gli Indios si aprirebbe una pagina buia

E ora anche gli indios rischiano il peggio: il potenziale futuro presidente brasiliano ha esplicitato da tempo il suo razzismo verso le minoranze e le popolazioni indigene che “devono piegarsi alla maggioranza, adattarsi o semplicemente svanire”. Per giunta, Bolsonaro è un nostalgico della dittatura militare, che spostò dalle loro terre gli indios, uccisi a fucilate o con le malattie in Amazzonia per costruire strade e dighe nella foresta, senza mai chiedere scusa per quei delitti. In caso di vittoria, proprio in nome della sovranità il leader di estrema destra aprirà le terre ancestrali indigene alle multinazionali, ai danni delle riserve che rappresentano una barriera importante per proteggere la foresta e la biodiversità.

Eppure l’articolo 231 della Costituzione brasiliana del 1988 afferma che le popolazioni indigene hanno “diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”. “Se vince, istituzionalizzerà il genocidio. Ha già detto che il governo federale non sosterrà più i diritti degli indigeni, come l’accesso alla terra. Siamo molto spaventati”, ha dichiarato Dinamam Tuxà, coordinatore nazionale dell’Articulacao dos Povos Indìgenas do Brasil.

Altro pessimo segnale: Bolsonaro intende affidare la gestione dell’ambiente al ministero dell’Agricoltura, assegnandola ai politici della Bancada Ruralista, una delle lobby più potenti del Congresso Nacional, che si oppone alle demarcazioni delle terre indigene e chiede di ridurre le aree protette. Inoltre l’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renovàveis (Ibama) sarà privato dei suoi poteri di dare licenze ambientali e con l’Instituto Chico Mendes de Conservacao da Biodiversidade (ICMBio) non potranno più controllare l’estrazione illegale, la deforestazione e il disboscamento. 

Tutti poteri che saranno “redistribuiti ad altre agenzie ufficiali”, come già anticipato da Bolsonaro in campagna elettorale. Concretamente significa che l’Ibama non sarà più in grado di contrastare progetti controversi come la riapertura e l’ampliamento della BR-319 in disuso, un’autostrada di 890 km che taglia in due una delle aree più protette dell’Amazzonia, oppure la gigantesca centrale idroelettrica di Sao Luiz do Tapajòs, che inonderebbe il territorio degli indios Munduruku. 

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  Jair Bolsonaro

Una vendetta personale

C’è chi poi vede in questi provvedimenti anche una vendetta personale: nel 2012 Bolsonaro è stato arrestato mentre pescava illegalmente in una riserva federale marina al largo della costa di Rio de Janeiro, costretto a pagare una multa di 2.700 dollari. Da allora, come deputato, ha preso di mira Ibama, arrivando addirittura a presentare una proposta di legge che proibisce ai suoi agenti di portare armi, anche se operano in alcune delle zone più pericolose del Brasile.

Guardando al domani, l’attuale ministro dell’ambiente brasiliano, Edson Duarte, è rimasto sconcertato dagli annunci di Bolsonaro. “Invece di diffondere il messaggio che combatterà la deforestazione e il crimine organizzato, dice che attaccherà il ministero dell’ambiente, l’Ibama e l’ICMBio. È come dire che ritirerà la polizia dalle strade, e l’aumento della deforestazione sarà immediato. Ho paura di una corsa all’oro per vedere chi arriva prima. Sapranno che, se occupano illegalmente, le autorità saranno compiacenti e concederanno concordati”, avverte Duarte.

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 Jair Bolsonaro 

“Penso che si avvicini un periodo davvero buio per la storia del Brasile. Bolsonaro è la peggior cosa che possa accadere per l’ambiente”, secondo Paulo Artaxo, ricercatore sui cambiamenti climatici dell’Università di Sao Paulo. Sul quotidiano francese ‘Libèration’ lo storico Jean-Baptiste Fressoz ha messo in guardia i lettori contro “l’affermazione globale di un nuovo asse autoritario e negazionista del riscaldamento globale”, di cui si apprestano a far parte Bolsonaro e Trump, ma anche il presidente filippino, Ricardo Duterte, i populisti polacchi, l’estrema destra tedesca e i sostenitori della Brexit dura nel Regno Unito.

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Autore dell'articolo: admin