Perché le grandi città hanno voltato le spalle a Erdogan


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 (Afp)


 Erdogan




Nella serata di domenica, quando il conteggio a Istanbul non era ancora concluso, Binali Yildirim, candidato sindaco dell’Akp, il partito del presidente Recep Tayyp Erdogan, aveva già proclamato vittoria e iniziato a tappezzare il cuore economico della Turchia con manifesti di ringraziamento degli elettori. I dati provvisori davano il fedelissimo del “sultano” in testa, sia pure di una manciata di voti. Ma Ekrem Imamoglu, il candidato del Chp, l’opposizione repubblicana che si rifà ai valori laici del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk, aveva avvertito di essere in possesso di dati che dipingevano un quadro differente. 

I dati provenienti dalle altre grandi città erano stati una doccia fredda per Erdogan, per quanto non si possa parlare di una disfatta giacché, a livello nazionale, l’Akp rimane sopra il 50%. La capitale Ankara, la regione del Canakkale ai confini con la Grecia, importanti centri costieri come Smirne, Mersin, Antalya, Adana e Hatay erano tutti finiti in mano ai kemalisti. L’Akp aveva continuato a prevalere nelle grandi distese rurali dell’Anatolia e nelle aree al confine con la Siria ma le regioni più economicamente sviluppate avevano voltato le spalle a un leader che sembrava avere saldamente in mano l’intero Paese, dopo le purghe ai danni di esercito, stampa e magistratura seguite al fallito golpe del 2016 e la riforma costituzionale che ha aumentato i poteri del presidente. Restava solo Istanbul, la città della quale Erdogan fu sindaco, da dove partì la sua scalata al potere. Persa, pure quella. 

La ragione principale della crisi di consensi di Erdogan sta di sicuro nella crisi economica attraversata da una nazione che, durante i suoi primi mandati come premier, aveva conosciuto ritmi di crescita eccellenti. Un benessere e una stabilità politica che molti elettori erano stati disposti a barattare con una stretta sulle libertà civili (a partire dalla repressione della stampa critica nei confronti del governo, con decine di giornalisti arrestati) e una progressiva islamizzazione di un Paese che nella secolarizzazione aveva avuto uno dei principi fondanti della propria identità nazionale. 

Le radici della crisi turca

La causa scatenante della crisi è stato il crollo della lira turca, che solo nel 2018 ha perso il 28% del proprio valore, portando l’inflazione al 20%. Un tonfo che ha avuto cause esogene, ovvero l’aumento dei tassi di interesse nei Paesi sviluppati, a partire dagli Stati Uniti, che ha portato gli operatori finanziari a spostare gli investimenti dalle nazioni emergenti in cerca di rendimenti più vantaggiosi. Erdogan, entrando spesso in conflitto con la banca centrale, arrivò ad attingere alle riserve in valuta estera per puntellare la moneta nazionale, senza risultati apprezzabili. Il calo dei consumi legato all’inflazione ha quindi portato la disoccupazione oltre il 10%, il 30% tra i giovani, e ha eroso i margini delle imprese non solo nei grandi poli economici come Istanbul ma anche nei tradizionali feudi dell’Akp, dove tanti piccoli imprenditori hanno rimesso in discussione la loro fedeltà al sultano. 

E alla fine del 2018 è arrivata la recessione. Sia nel terzo che nel quarto trimestre il Pil turco ha registrato una variazione negativa su base trimestrale (-1,6% e -2,4%) e, nel caso del quarto trimestre, anche su base annuale (-3,1%). Dal 2002, l’anno in cui era salito al potere Erdogan, al 2012 il Pil era cresciuto in media del 5% all’anno tra il 2002, spiega a Linkiesta l’analista dell’Ispi Valeria Talbot, “poi ci sono stati alti e bassi ma nel 2017 la crescita è stata del 7,4%. Però si trattava di una crescita trainata dal settore delle infrastrutture, non dalla produzione. Per questo quando lo Stato ha smesso di finanziare gli investimenti e in contemporanea sono arrivati i dazi degli Stati Uniti sui prodotti turchi, l’economia ha iniziato a rallentare”.

La riscossa dei repubblicani

L’altro lato della medaglia è stato però la riorganizzazione dell’opposizione, che ha saputo essere molto più competitiva. Al successo del Chp ha contribuito innanzitutto la frattura del fronte nazionalista. Ai tradizionalisti del Mhp, alleati di Erdogan, si è affiancata dall’anno scorso un’altra formazione, l’Iyi Party, di orientamento conservatore ma laico, che si è alleata con i kemalisti. Ancora più importante è stata forse la desistenza del partito curdo dell’Hdp che, al costo di vedere i propri voti scendere sotto il 4% dal precedente 10%, ha presentato propri candidati solo nelle regioni del Sud Est, loro tradizionale roccaforte, per chiedere in tutte le altre aree di sostenere l’alleanza Chp/Iyi, nel timore di una stretta repressiva dopo le operazioni militari di Ankara contro i curdi di Siria. 

Fondamentale è stata inoltre la disciplina con la quale i repubblicani hanno mobilitato migliaia di aderenti che hanno presidiato i seggi, arrivando a dormire sui sacchi di schede già scrutinate per evitare possibili brogli da parte di miitanti dell’Akp. “Credo che questa volta non siano riusciti a truccare il voto”, ha raccontato al New York Times Ilayda Kocoglu, vicepresidente della sezione di Istanbul del Chp, “non si aspettavano che fossimo così organizzati e così risoluti”. 

Nè Erdogan poteva contestare il risultato del voto, sebbene ad Ankara fosse stato in un primo momento annunciato ricorso. Mettendo in discussione la legittimità del verdetto delle urne, spiega Kocoglu, sarebbero stati sollevati dubbi anche su quella delle consultazioni precedenti, a partire da quella dal referendum costituzionale del 2017 e alle successive presidenziali, entrambi casi nei quali il Chp aveva denunciato brogli. “Erdogan non è un pazzo, è intelligente”, ha proseguito l’esponente repubblicana, “non c’era alcun modo in cui potevano alterare il risultato senza perdere legittimità”. Altri osservano che uno scontro sull’esito del voto avrebbe causato ulteriori incertezze economiche e un crollo della lira che il presidente sapeva di non potersi permettere.

Ora il Chp, dopo anni di sconfitte, ha la chance di mostrare ai turchi di essere in grado di governare. Le sfide alle quali i repubblicani sono chiamati a rispondere riguardano prima di tutto le esigenze dei cittadini comuni, dalla riorganizzazione dei trasporti pubblici alla raccolta della spazzatura. Un’occasione di rilancio che gli eredi di Ataturk non possono permettersi di perdere. 

 

 

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Autore dell'articolo: admin