Perché le donne non fanno ancora carriera all’università?


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Silvia Lore / NurPhoto 




È passato circa un anno da quando il Centro Studi dell’Università di Trento ha pubblicato una ricerca guidata da Francesca Sartori, docente del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, sulla disparità tra uomini e donne nelle carriere universitarie. I numeri emersi fanno sgranare gli occhi: nonostante i laureati in Italia siano per il 61% donne, il 70% di quelle che scelgono la carriera accademica non va oltre il ruolo di assegnista di ricerca e solo il 10% arriva a diventare Professore ordinario. In generale appena il 21% dei docenti di prima fascia è donna.

Le donne non fanno carriera

Una storia vecchia che, per esempio, la politica ha affrontato con l’inserimento delle quote rosa, mossa quantomeno offensiva nei confronti dell’indiscusso merito di una donna, capace di meritare un posto politico (così come dirigenziale a qualsiasi livello) a prescindere da un’imposizione che altro non fa che confermare quanto sia tanto anacronistico quanto reale il problema nel nostro paese. Ma nel mondo accademico ancora non si è arrivati a un dunque, negli ultimi dieci anni l’incremento delle donne in ruoli primari nell’Università è stato appena dell’1%. Quota, rosa, imbarazzante.

Barone: “Impossibile promuovere le donne”

Oggi, grazie alla denuncia di Vincenzo Barone, rettore di uno dei templi della cultura italiana: la Normale di Pisa, scopriamo quale oscuro meccanismo in Italia si cela dietro quei numeri di cui sopra. Le parole del rettore sono inequivocabili: “Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo”. Una storia, finalmente messa nero su bianco sulle pagine de’ La Nazione, che a quanto pare andrebbe avanti da anni. Il “finimondo” di cui parla Barone altro non è che una serie innumerevole di lettere anonime con offese e illazioni che non facciamo fatica ad immaginare. In queste lettere, continua il rettore, “si parla di tutto, meno che di preparazione, merito e competenze, che dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico. Sono calunnie belle e buone, – specifica Barone – con l’aggiunta, come accaduto in anni recenti, di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte, lettere offensive con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori”.

Quando c’è un ottimo lavoro in ballo è normale che gli animi possano scaldarsi, ma il clima che si crea, molto teso, si declina in maniera diversa a seconda del sesso. Si perché anche quando in odore di promozione è un maschio l’aria alle spalle del candidato diventa incandescente “per gli uomini il copione è quello di additare il maestro che vuole proteggere l’allievo prediletto” spiega il rettore, ma quando protagonista della vicenda è una donna il leitmotive è sempre lo stesso “risvolti volgari e riferimenti alla vita privata, del tutto inaccettabili e per di più falsi” conclude Vincenzo Barone.

Donne discriminate

Intelligente la riflessione di Flavia Perina su Linkiesta: “L’unica cosa che resta da capire è come mai una eventuale propensione alle relazioni occasionali, per una donna, possa costituire un danno accademico: insomma che nesso c’è tra abitudini sessuali e carriere universitarie? Perché è così automatico che se una apprezza i bei ragazzi finisca esclusa dalla promozione? Agli uomini non succede, anzi. Qualche anno fa, autorevolissimi Professori guidati dal Magnifico della Sapienza rivendicarono addirittura il diritto di partecipare alla giuria del concorso Miss Università di Roma in una grande sala giochi, testimonial d’eccezione Rocco Siffredi: l’idea di dare i voti, armati di paletta, alle gambe e ai sederi delle studentesse fu giudicata pienamente legittima e coerente con la missione dell’Ateneo.

E resta indimenticata la figura del dott. Francesco Bellomo – non proprio un accademico, ma direttore di una prestigiosa Scuola di formazione per magistrati – che per anni ha richiesto alle studentesse di adeguarsi a specifici dress code (minigonna con tacchi) e peso-forma. Molti si stupirono quando la cosa fu denunciata chiedendo: che c’è di male? Tuttavia siamo in Italia, quindi queste domande non se la fa nessuno. Sembra naturale che il modo più efficace per bloccare la carriera di una donna sia attribuirle storie boccaccesche, vere o inventate che siano. In tutta sincerità avremmo preferito scoprire altri tipi di calunnie – il solito bla-bla sulla fragilità di carattere, gli impegni famigliari, l’incostanza – dietro questo sistematico, annoso boicottaggio”.  

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