Perché la Procura di Milano ha chiesto un anno e un mese di carcere per Sala


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Non per sé, ma per il bene di Expo. L’accusa riconosce a Giuseppe Sala il “non eccessivo disvalore dei fatti posti in essere per velocizzare la realizzazione dell’evento”, ma chiede di condannarlo a un anno e un mese di carcere perché il reato di falso materiale e ideologico, maturato nell’inchiesta sulla ‘Piastra di Expo’, è “documentalmente provato”.

Per arrivare in tempo ad aprire i cancelli il primo maggio del 2015, il sindaco, che allora guidava la macchina organizzativa di Expo, avrebbe scelto la via più rapida per sostituire due commissari incompatibili tra quelli chiamati ad assegnare il ricco appalto per costruire la ‘Piastra’: retrodatare di 13 giorni due verbali, cambiando due nomi. Nel suo interrogatorio in aula, Sala aveva sostenuto che il falso era innocuo perché la gara si era comunque svolta in modo regolare e che non si era accorto delle date fasulle.

“Non è credibile quando cerca di minimizzare il problema – ha spiegato il sostituto procuratore generale Massimo Gaballo – era amministratore delegato della società appaltante, è inverosimile che qualcun altro abbia potuto assumere, senza la sua approvazione, una decisione così grave”. Poco importa che non sapesse di fare qualcosa di sbagliato perché per il reato di falso “il delitto è perfetto anche quando la falsità sia compiuta non solo senza l’intenzione di nuocere, ma anche con la convinzione di non produrre alcun danno”.

Sala ha affermato di non ricordare nulla della firma dei documenti, pur avendo riconosciuto, carte alla mano,  di averli sottoscritti il 31 maggio 2012, e di non avere controllare il contenuto degli atti, fidandosi dei suoi collaboratori. “L’imputato non è credibile laddove cerca di minimizzare il problema – confuta il pg – che invece era grave dal momento che poteva potenzialmente pregiudicare la realizzazione dell’evento; non era necessario essere un giurista per capire i rischi di contenzioso amministrativo che ne potevano derivare”.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, Sala e i suoi, tra cui il manager Angelo Paris per il quale è stata chiesta la stessa sua pena, temevano che il pasticcio della sostituzione dei commissari avrebbe potuto portare a ricorsi delle aziende perdenti nella gara più importante di Expo, ostacolando i lavori già a rilento. E per rendere “inattaccabile la sanatoria decisero do non fare risultare nei verbali la vera motivazione della sostituzione dei due commissari (rivestivano altri incarichi non conciliabili, ndr), facendoli dimettere motivando con generici impegni di lavoro”. Un falso che non sarebbe stato innocuo perché sarebbero stati messi in pericolo i ‘valori’ protetti dalla norma che punisce il falso e, in particolare,  “la fiducia” dei cittadini negli atti prodotti dalla pubblica amministrazione.   

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