“Perché la blockchain ricorda l’Internet di 20 anni fa”


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 (Afp)


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La blockchain ha le potenzialità (le potenzialità) che aveva Internet negli anni ’90. Lo dicono in tanti tra coloro che si sono tuffati nel cripto-mondo, anche se un quarto di secolo fa erano magari alle elementari.

Questa volta però a dirlo è chi quasi un quarto di secolo fa quel momento lo ha vissuto da imprenditore. Da startupper digitale quando non si parlava ancora di startup. Mauro Del Rio ha fondato Buongiorno nel 1999, l’ha portata in Borsa nel 2003 e venduta a Docomo per 300 milioni di dollari nel 2012.

Fabio Pezzotti ha creato Webnext e Xoom.it. Oggi sono tra i co-fondatori di Iconium, società italiana nata nel 2018, che investe su progetti legati alla blockchain.

Questa è la prospettiva di chi ha vissuto l’onda dotcom e adesso vuole cavalcare quella delle criptovalute.

Se ne parla spesso, ma c’è davvero questo parallelismo tra Internet nella seconda metà degli anni ’90 e e la blockchain di oggi?

Del Rio: Ho la sensazione che ci sia. Gli indizi non mancano, anche se non penso che facciano una prova. La blockchain ha sicuramente le potenzialità per avere un impatto molto grande, perché riguarda prima di tutto cose importanti come la fiducia delle persone e il denaro. Mi aspetto un impatto finanziario dello stesso ordine di Internet.

Iconium ha pochi mesi di vita. Perché adesso e non prima, nel 2017 ad esempio?

DR: È un mercato che seguo da tanto tempo. C’è stato un periodo di hype molto grande, come c’era stato anche per Internet. Adesso credo che quella fase sia terminata e che, in questo momento, il settore non sia più dominato da aspettative irrazionali. È ancora tutto in potenza, ma si sviluppa in un ambiente in cui Internet esiste già, quindi in un mercato più veloce e globale di vent’anni fa. Il rischio di investire oggi sulla blockchain resta, ma è sempre l’altra faccia dell’opportunità. Il timing giusto per entrare in un mercato non è quello delle certezze.

Pezzotti: Il mercato è cambiato molto. Ci sono molte meno persone con progetti che non stanno in piedi. È cresciuta la consapevolezza di dover avere un team e un progetto non solo sulla carta. Chi investe si scambia know how, competenze, come su Internet vent’anni fa. C’è un filtro naturale e quindi meno fuffa. Allo stesso tempo, le persone che lavorano nella blockchain sono ormai milioni e stanno arrivando investimenti miliardari. È vero, l’intero settore vale ancora un quinto di Amazon, ma è da qui che nascerà il nuovo Amazon.

Anche i grandi gruppi però, come Facebook, si stanno avvicinando alla blockchain…

P: L’innovazione non arriverà dagli incumbent ma da chi creerà un Facebook migliore di Facebook. Nel mondo della blockchain la speranza è scardinare il mondo del digitale attuale. Anche Internet era nata con questo approccio, ma le grandi società tecnologiche oggi hanno una concentrazione di potere gigantesca. Molti progetti blockchain vanno a distruggere il modo con cui i grandi gruppi fanno soldi. Non è un caso se molti fondi che hanno scommesso su Amazon o Facebook oggi puntano sulla blockchain.

Quindi non sono politica e regolatori a “scardinare” la concentrazione. Sarebbe la tecnologia…

DR: Non si è mai visto prima d’ora un periodo in un cui le aziende sono così potenti e le democrazie rappresentative così poco in forma, tra Brexit, Trump e populismo. Quindi la speranza di maggiore equilibrio ho l’impressione che arrivi più dalla tecnologica che dalla politica. Faccio fatica a pensare che un partito o un governo possa mettere sotto Facebook.

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Blockchain 

I grandi gruppi hanno però il potere di comprare per “neutralizzare”. Spendono per acquisire concorrenti anche solo potenziali. Perché non dovrebbe valere anche per le società che puntano sulla blockchain?

P: Non voglio essere utopista, ma credo che molte delle persone del settore abbiano una certa ideologia, che nasce dal cyberpunk. Ethereum è decentralizzata e il suo leader, Vitalik Buterin, non è interessato ai soldi; Bitcoin non si può comprare. 

DR: Secondo me non è un caso che chi non è comprabile, Bitcoin ed Ethereum, abbia oggi la maggiore capitalizzazione. Sembra paradossale, ma l’indisponibilità è un valore. Se Buterin decidesse di vendere, credo che il valore di Ethereum crollerebbe. 

P: Da questo punto di vista, penso che la comunità cripto sia staccata dalle logiche non solo delle imprese classiche ma anche delle startup digitali. Difficile dire, oggi, che i progetti non potranno essere comprati, ma ci sono delle speranze. Neppure Internet è di qualcuno, ma di fatto è di poche grandi società. La blockchain può imporre nuovi paradigmi in concorrenza con i vecchi, redistribuendo quello che oggi incassano Google, Facebook, i centri media. Vent’anni fa sembrava un’eresia dire che i grandi editori potessero soccombere al digitale.

Quindi Iconium punta solo sulla “vera” blockchain, aperta e non proprietaria…

P: Sì, la blockchain deve essere pubblica. Uno dei criteri che valutiamo è quanto un progetto è decentralizzato. Abbiamo un portafoglio di una quindicina di progetti, con tagli d’investimento tra i 50 e i 350-400 mila euro. Oggi gli investitori sono soprattutto imprenditori, ma l’obiettivo è arrivare anche agli istituzionali, ampliando le partnership con fondi americani per puntare capitali più importanti.

Anche se va tarata la fuffa in circolazione, le applicazioni potenziali sono tante. Quali sono, secondo voi, le più vicine?

P: Senza dubbio le applicazioni che riguardano la finanza. L’attacco vero arriverà tramite criptovalute e blockchain che dimostreranno capacità di scalare, cosa che non hanno ancora fatto. Impatteranno su rimesse e transazioni internazionali. C’è poi l’e-commerce, che potrebbe beneficiare dagli stablecoin per superare i circuiti come Visa e Paypal e ridurre il costo delle transazioni. E poi il mondo dell’advertising e dell’editoria digitale. Ci sono progetti fantastici come quelli che propongono il possesso della nostra identità digitale.

C’è però il problema dell’integrità dei dati. Si parla tanto della loro immutabilità una volta immessi nella blockchain, ma non di quello che succede prima…

P: È vero, il problema principale è il dato d’origine. Però immaginiamo un mondo in cui le grandi filiere internazionali usino la blockchain, spingendo anche le aziende reticenti a far parte della rete. Vuoi vendere nei supermercati Carrefour? Devi sottostare a standard di controllo rigidi che assicurino il dato. Un’altra possibilità è il riconoscimento dell’identità digitale dei propri oggetti di lusso. La certificazione arriva dal marchio, che ha l’interesse a fornire dati corretti perché aumentano il valore dell’oggetto. Sono progetti che per funzionare devono avere ampia adozione. Diventeranno importanti più in là, ma sono interessanti.

La blockchain è una tecnologia su cui investire, ma anche un sistema con cui farlo. Basti pensare alle Ico e alle loro evoluzioni. Sono metodi sostitutivi o complementari di quelli tradizionali?

DR: Il mio è più un auspicio: mi auguro che siano complementari. Sono uno strumento in più, anche e soprattutto dove c’è scarsità di risorse disponibili. Anche perché si tratta di sistemi molto liquidi, che possono essere importanti, a maggior ragione, in quelle aree, come l’Italia, dove i capitali scarseggiano.

P: Negli Stati Uniti e in Asia, molto meno in Europa, è già così: sono sempre di più i venture capital che hanno fondi cripto.

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Un internet café in Turchia

L’arrivo degli investitori istituzionali non è sempre visto di buon occhio dai “puristi” della blockchain, preoccupati di compromettere la decentralizzazione…

DR: Credo sia sicuramente positivo che gli investitori istituzionali adottino le Ico. È un metodo che, un po’ come il crowdfunding, ha grandi potenzialità ma deve essere maneggiato con cura. Va bene se rende libere persone consapevoli, non se fa fare cose inadatte. Il fatto che ci siano istituzioni e regole è un aspetto positivo. Rispetto ai progetti di vent’anni fa, la possibilità di una maggiore democratizzazione resta.

P: È la bellezza di questo momento: non ci sono pochi che tengono tutto per sé. Quello della blockchain oggi è un ambiente aperto e condiviso, grazie anche ai principi della blockchain stessa.

L’apertura vale anche per l’ecosistema fintech italiano?

P: Oggi c’è una consultazione del governo su Ico ed equity crowdfunding. L’iniziativa è interessante, ma si dovrebbe fare molto di più. La Svizzera in un anno è diventato un hub europeo. Gli Stati Uniti si sono mossi in modo diverso, favorendo l’ingresso dei fondi nelle Ico. Rispetto ad Asia e Usa, il processo in Europa (dove dovrebbe giocarsi la partita) è un po’ farraginoso. Il sistema fintech sta provando a fare qualcosa.

Ma…

P: La mia impressione è che il fintech sia molto integrato al sistema bancario, e anche per questo non stia facendo quadrato. A volte dietro le parole fintech o blockchain c’è più un semplice maquillage che un vero sviluppo di competenze. Lo si faceva anche vent’anni fa, aggiungendo dotcom.

DR: Noi nella nostra storia, io con Buongiorno e Fabio con Xoom, abbiamo lavorato con partner internazionali. Pensiamo di farlo anche con Iconium: partire dall’Italia ma con una logica globale. Hong Kong e Silicon Valley oggi sono più vicine a Milano rispetto a vent’anni fa. Nessuna delle opportunità d’investimento di Iconium, al momento, è italiana. Ma lavoriamo con i nostri investitori e interlocutori italiani perché riteniamo che il nostro ruolo possa essere anche questo: diffondere conoscenza.

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