Per anni sono rimasto incatenato a una bottiglia. Poi è arrivata l’opportunità: vivere una giornata ancora, una sola, sobri. E poter ringraziare ogni sera per il regalo ricevuto


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Come fare a parlare di una malattia, con la quale sei costretto a convivere per anni, senza esserne pienamente  cosciente, che ti ha costretto in una crisalide senza forma, soffrendo per l’intuizione che fuori ci fosse ancora il  sole a scaldare e colorare il mondo ma dentro quella prigione il nero era il colore più completo ma anche l’unico  disponibile? Cioè, magari parlarne è semplice, ma come fare a parlarne senza astio, senza rancore, come di una  vecchia vicinanza che ti ha accompagnato nel cammino, mentre facevi ogni giorno più fatica ad alzarti, lavorare,  dare una mano a chi ti stava intorno, riposare a volte?

Come fare a parlare con distaccato affetto di questa  presenza così invadente che ti costringeva ad affrontare il risveglio mattutino afflitto da conati contorcenti che  producevano soltanto lacrime e dolore misto al sapore della bile? La malattia che poi ti accompagnava ancora  verso il lavoro, verso la giornata. E dico ti accompagnava perché, appena superata la prima crisi di astinenza del  mattino (ora so che si trattava di pura e semplice astinenza e non di un male incurabile come potevo ipotizzare per scaricare la mia coscienza dal peso del malessere patito), l’incerto incedere nel cammino era sorretto dal pensiero che mi sarebbe stato sufficiente, e necessario, un misero mezzo bicchierino per poter recuperare quel  minimo di stabilità utile a rimanere in equilibrio sul filo della follia fino all’orario consono, ammissibile, non  condannabile, per cominciare finalmente a bere.

Come fare a parlare di una malattia come l’alcolismo? Come  possiamo accomunare un ragionamento, una testimonianza, di una malattia incurabile, progressiva e mortale  rapportata, o vissuta, ad un concetto costruttivo e positivo come l’opportunità? Malattia strana, socialmente inaccettabile, tristemente diffusa, quante volte abbiamo incrociato una persona alterata da sostanze alcoliche?  Chi in preda al suo delirio, chi addormentato abbandonato su di una panchina, sempre in grado di garantire un  grado di repulsione naturale ed istintivo che ti fa deviare il tragitto pur di evitare il contatto.

Ma questa è la  punta dell’iceberg, se si sapesse quanti di noi vivono, lavorano, producono, fanno parte attiva della società in  preda agli effetti dell’alcol? Quanti di noi sono alla guida di mezzi di locomozione, leggeri o pesanti, non importa,  mezzi privati, mezzi pubblici, aeroplani addirittura. Quanti di noi prestano servizio armati, legalmente armati per  far rispettare la legge e l’ordine, nelle corsie degli ospedali, nelle aule dei tribunali come in quelle scolastiche, nelle sedi diplomatiche, nei posti di controllo e verifica del buon funzionamento di impianti ad alto rischio? Impossibile identificarci completamente. Solo quelli che urlano alla luna la loro rabbia o si addormentano su di una panchina ignari di dove possa essere la loro abitazione sono identificabili. Cose che capitano, a noi.

Ma un giorno, purtroppo non per tutti, arriva la linea di demarcazione tra il dare retta all’ultimo barlume di istinto di sopravvivenza o il lasciarsi definitivamente trasportare nel gorgo di una bottiglia che viene versata senza nemmeno più la necessità di passare per un bicchiere. Quando, se arriva, quel giorno allora ci sediamo affranti, spesso piangendo, invocando un dio anche se lo abbiamo sempre e solo bestemmiato, domandando perdono purché ci venga concessa una tregua.

Ed ecco l’opportunità che alcuni di noi hanno avuto la fortuna di identificare. L’opportunità di vivere una giornata ancora, una sola, senza ricorrere ad alcun ausilio chimico. Vivere ancora ventiquattro ore. Non è una promessa, è una proposta. Che ci viene prospettata da un amico che sostiene di essere stato nelle nostre stesse condizioni un tempo. Non si sa se vicino o lontano. «Vuoi provare?» e non avendo più nulla da perdere chiniamo il capo, affranti, vinti, battuti. Ed accettiamo. Accettiamo la nostra dichiarazione di resa incondizionata. La nostra opportunità. Così possiamo addormentarci, per la prima volta dopo anni, sereni. Ed al mattino aprire gli occhi e renderci conto che il sole è sorto ancora. I più fortunati senza nemmeno subire i contraccolpi fisici della mancanza di sostanze esterne.

E da quel giorno iniziare un percorso di pulizia interiore, fatta di condivisione delle esperienze vissute con altre persone che dichiarano di essere come noi. Alcolisti. Alcolisti anonimi. L’opportunità di verificare piano, con delicatezza, giorno per giorno, chi siamo, cosa serbiamo nel profondo dell’animo che ci ha procurato quel dolore così sordo e persistente che abbiamo dovuto sedare con l’alcol traendone beneficio finché non è stato più controllabile, cosa possiamo fare per aiutare il nostro prossimo per toglierci dal nostro egocentrico modo di vedere la vita, cosa possiamo evitare di fare per essere accettati nella società in cui viviamo, di cui facciamo ora parte attiva come individui che hanno recuperato la dignità di definirsi tali. Individui. Con le loro peculiarità, differenti da tutti ma a tutti gli altri uguali. E  l’opportunità è di capire gli insegnamenti del trattare il prossimo tuo amandolo come te stesso, del trarre  esempio da chi mantiene un comportamento equo, solidale. Trovare un programma di recupero in cui ognuno di noi trova le proprie radici, chi ci ritrova i precetti religiosi imparati da fanciullo, chi ci ritrova le linee guida dei  fondatori della moderna psicanalisi, chi ci ritrova i discorsi di Gesù come di Bakunin.

L’importante è che quell’opportunità di vivere ancora solo una giornata venga colta, che il patto venga nuovamente siglato ad ogni sorgere del sole. E che l’opportunità sia quella di poter ringraziare ogni sera per il regalo ricevuto, di aver vissuto una nuova giornata. Sobri.

L.B.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin