Pane e camorra


pane camorra 



Il pane è il settore agroalimentare più ‘inquinato’ dagli interessi della camorra, e più in generale delle mafie. Lo sottolineava fin dal suo primo Rapporto sull’Agromafia l’Eurispes nel 2011.

I clan cercano di controllare il commercio e la produzione del pane non solo per questione di ‘business’, ma anche perché è in gioco un simbolo di sopravvivenza, di quotidianità, di necessità.

Ricordati chi comanda

“Quando mangi il tuo pane quotidiano – dice un camorrista intercettato – ti ricorderai chi è che detta la legge nel tuo territorio e sulla tua tavola”.

Così tutte le cosche più potenti campane, indicano le inchieste della magistratura, hanno cercato il monopolio nella distribuzione e produzione del pane, secondo due direttrici, quella dell’imposizione di pane di ditte ‘amiche’ o a prezzo che generasse utili al clan, oppure quella della creazione e controllo del mercato parallelo dei banchetti abusivi per la vendita.

Non è la prima volta che viene arrestato un elemento apicale di un gruppo camorristico per interessi diretti nella gestione di questa attività criminale.

In queste ore i carabinieri del nucleo Investigativo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a una misura di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Napoli, a carico di Angelo Guarino, 34 anni, genero di Pasquale Puca, detto ‘o minorenne’, capo dell’omonimo clan di Sant’Antimo, nel Napoletano.

Per conto del suocero Guarino ha gestito l’imposizione della distribuzione del pane e di prodotti da forno ad esercizi commerciali di Sant’Antimo e Grumo Nevano.

Ma nel tempo le operazioni e i blitz sono state molte e hanno interessato tutte le cinque province campane.

Basti pensare all’inchiesta coordinata dalla procura di Napoli che il 27 giugno 2016 portò all’arresto di 24 componenti di spicco del clan Lo Russo, un’organizzazione economicamente e militarmente forte.

Il pane quotidiano

I cosiddetti ‘capitoni’ del quartiere di Napoli di Miano imponevano il prodotto di tre panifici a loro vicini a supermercati e botteghe di quartiere a 1,30 euro al chilo, prezzo che assicurava alle casse della cosca 25 centesimi di guadagno.

“Questo pane è nostro e lo devi comprare da noi”, mandava a dire il boss Antonio Lo Russo, oggi pentito, attraverso i suoi emissari, a ogni singolo commerciante di una vasta area del capoluogo campano.

Anche l’ex superlatitante Michele Zagaria, l’uomo che controllava una delle fazioni più potenti del Casalesi, aveva il suo ‘giro’ del pane, scoperto da un’inchiesta sempre del 2016.

L’indagine mostrò come a San Cipriano d’Aversa, il suo feudo, e il suo braccio, Nicola Del Villano, e suo cugino Pasquale Fontana controllassero ‘La casa del Pane’ e attraverso questa tutta la filiera nell’area.

Aveva varie facce, poi, il clan Zullo a Cava dei Tirreni, nel Salernitano, insieme a quella dell’usura, il suo core business.

Una era il racket del pane, imponendo ai gestori di bar e ristoranti di rifornirsi nel panificio gestito da Antonio Di Marino. Lo ha mostrato una inchiesta che lo scorso anno ha visto 14 arresti e 16 indagati.

Nel 2008, poi, i carabinieri di Napoli portarono avanti una serrata attività di controllo di forni e negozi al dettaglio per scongiurare il fenomeno della vendita illegale di pane non tracciato e quindi potenzialmente pericoloso per la salute.

pane camorra 

carabinieri Napoli camorra (Afp) 

Ispezioni capillari, circa 400 in tutta la provincia in un breve lasso di tempo, con 80 denunce, per stroncare un commercio che vedeva laboratori di produzione del pane totalmente abusivi, dove spesso le condizioni igieniche erano precarie, le farine di dubbia qualità e il legno per alimentare i forni contaminato da vernici e solventi. 

Ma c’è anche qualche iniziativa con valore simbolico positivo. In un immobile confiscato alla camorra a San Sebastiano al Vesuvio a settembre del 2018 è nata la ‘Cittadella del Pane e della Legalità’, un progetto che intende permettere ai giovani di imparare attraverso percorsi di formazione l’arte della panificazione e di sviluppare itinerari artigianali ed enogastronomici.

La villa confiscata è quella del clan Vollaro, di quattro piani, circondata da un vasto appezzamento di terreno, per la cui riqualificazione e riuso il Comune ha chiesto un finanziamento di un 1,5 milioni euro alla Regione Campania. La ‘Cittadella’ vedrà il coinvolgimento di Cnr e l’università di Napoli ‘Federico II’.

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