Oncologhe nel «back stage» degli ospedali, ma curano meglio i pazienti


Gli stereotipi sono duri a morire. Anche l’arte, nel tempo, ci ha abituato a vedere gli uomini vestire il camice bianco da medico e le donne relegate al ruolo di infermiera. Come in «Science and Charity», un quadro di Pablo Picasso (1897), conservato al Museo Picasso di Barcellona, tanto per citarne uno. E ancora oggi, nonostante ormai la percentuale delle studentesse in medicina (i medici di domani) sfiori il 70 per cento, nella realtà quotidiana degli ospedali e dei laboratori di ricerca, è il sesso maschile a giocare la parte del leone. Ma stanno nascendo movimenti che vogliono promuovere un ruolo per le donne medico anche nelle posizioni apicali.

Il congresso a Monaco

Lo sta facendo, nel campo dell’oncologia, l’associazione Women for Oncology (W4O), pensata in seno all’Esmo, l’European Society of Clinical Oncology, che nell’ultimo suo congresso, appena concluso a Monaco di Baviera, ha dedicato un forum al tema. Ecco alcuni spunti emersi. «Da noi, in Italia, soltanto una donna su 10 o 12 riveste una posizione da primario. Eppure le donne rappresentano ormai più della metà degli oncologi» commenta Marina Garassino, presidente di W4O Italy (e responsabile dell’Oncologia Toracica all’Istituto Tumori di Milano), relatore a Monaco. Stiamo parlando della clinica. Ma c’è anche da considerare la posizione delle oncologhe nella ricerca scientifica e nella partecipazione ai congressi. 

Donne sottorappresentate

Ecco allora i dati di uno studio tedesco, presentato a Monaco, secondo il quale almeno il 50 per cento degli abstract (cioè dei riassunti scritti di ricerche di vario tipo) sottoposti ai congressi dell’Esmo sono firmati, come primo autore, da donne. Ma poi le cose vanno diversamente: quando queste ricerche vengono presentate ai partecipanti nei corsi di aggiornamento (gli “educational”, sempre nell’ambito dei congressi Esmo) la presenza femminile si riduce al 28 per cento. Ancora peggio nei simposi satelliti, sponsorizzati dalle industrie farmaceutiche: allora la presenza delle donne precipita al 10 per cento. 

Le colpe dell’industria

«Le industrie farmaceutiche non credono alle professioniste donne come opinion leader – commenta Garassino -. Preferiscono le figure maschili, ritenute più autorevoli». Ecco allora che occorre cambiare passo, non solo perché ormai le donne sono la maggioranza nella professione medica e, giustamente, vorrebbero avere una parità di genere nel raggiungimento delle posizioni apicali, ma anche perché, spesso, sono più attente al paziente. Una ricerca americana, pubblicata su Jama Internal Medicine qualche tempo fa e condotta all’Harvard University di Boston da Yusuke Tsugava, ha dimostrato che quando, in ospedale, a curare è un medico donna il tasso di mortalità è lievemente inferiore rispetto a quando il medico è uomo (loro sono più accurate nelle diagnosi, per esempio) e anche la percentuale di nuovi ricoveri è più bassa. A cambiare passo ha cominciato la prima presidente donna dell’Esmo nel 2012-2013, la belga Martine Piccart (un’esperta di tumore al seno: ha identificato i recettori Her2) e su questa strada sta continuando la presidente eletta, la svizzera Solange Peters (la “donna del polmone” per le sue competenze nel campo di questa neoplasia). 

Quote rosa

Il problema è capire che cosa impedisce alle donne di raggiungere posizioni apicali e agire di conseguenza. Intanto occorre combattere gli stereotipi, a partire dall’università. E poi potrebbero essere utili delle “quote rosa” non per sempre, ma come soluzione “ponte”, appunto, per combattere gli stereotipi e per arrivare a un modello paritario. Ma ci sono nuovi problemi da risolvere. «Il primo è che le donne, quando si trovano a livelli decisionali per quanto riguarda le carriere, tendono a sostenere di più la controparte maschile» aggiunge Garassino. La seconda è che, persino in campo medico, sta emergendo la faccenda #MeToo, di denuncia delle molestie sessuali. Lo ha segnalato poco tempo fa il New England Journal of Medicine. Non stupisce perché il fenomeno è trasversale, ma in questo caso il problema è anche un altro. «Di fronte a questa situazione i professori maschi non vogliono più fare “mentoring” – spiega Garassino -. Cioè non vogliono sostenere donne per il timore di essere accusati di averne approfittato sul piano sessuale. Ma il mentoring è un sostegno indispensabile per promuovere le carriere». 

W40 in Italia

Ma quali iniziative sta portando avanti W4O in Italia? «Abbiamo puntato su percorsi di educazione e di consapevolezza per le donne oncologo – commenta Garassino -, con corsi di leadership e di management anche in collaborazione con l’Università Bocconi». Aggiunge Nicla La Verde, una delle componenti del comitato W4O in Italia, che lavora nell’Oncologia dell’Asst dell’Ospedale Fatebenefratelli e Sacco a Milano occupandosi soprattutto di donne con tumore alla mammella: «Stiamo cercando di creare una rete di supporto per le oncologhe, da Aosta ad Agrigento. Il nostro lavoro è pesante: non solo curiamo nel senso di somministrare farmaci, ma ci prendiamo in carico il paziente. Non siamo soltanto un “consulentificio”. E questo ti logora».

Sindrome del burnout

Ecco perché la sindrome del burnout (lo stress che nasce dalla professione e, in alcuni casi, è motivo di abbandono) è frequente fra gli oncologi, soprattutto donne, proprio per la carica empatica che mettono nella relazione con il paziente. Così, con l’apporto di Gabriella Pravettoni, psiconcologa all’Istituto Europeo di Oncologia e professore e direttore di Dipartimento all’Università di Milano, insieme con W4O sono stati istituiti corsi per affrontare questo problema. Per non soccombere al peso della professione e per continuare ad assistere i pazienti. Al meglio.

25 ottobre 2018 (modifica il 26 ottobre 2018 | 17:08)

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Autore dell'articolo: admin