Non basta resistere alla globalizzazione, servono alternative


Pubblichiamo di seguito un contributo di Zoe Medina Valdés, professoressa di Economia dello Sviluppo presso la Facoltà di Economia dell’Università dell’Avana, partecipa oggi 7 gennaio alle 18.30 al terzo appuntamento di There is NO alternative, ciclo di incontri con studiosi ed esperti internazionali promosso da Fondazione Feltrinelli, nell’ambito di Stagione Capitale 2018/2019, per ripensare il capitalismo e approfondire esperienze che in tutto il mondo danno vita a piccole e grandi utopie economiche e che rappresentano nuovi modelli di sviluppo.

Si dice che causa delle grandi migrazioni di questi anni sia la globalizzazione. In realtà, se esiste qualcosa di non globalizzato, non liberalizzato, è proprio la mobilità delle persone. Gli esempi abbondano a questo proposito, basta osservare la posizione degli Stati Uniti per quanto riguarda l’afflusso di migranti centroamericani, la separazione subita dai bambini dalle loro famiglie e la decisione del presidente stesso di destinare 5 miliardi per rafforzare il muro di separazione con il Messico. Causa delle migrazioni non è la globalizzazione, ma un ordine internazionale ingiusto.

L’ingiustizia può essere riassunta dall’accentuazione della povertà a livello internazionale. A questo proposito, le cifre mostrano che la situazione attuale è molto più allarmante rispetto ai decenni precedenti. Più di 700 milioni di persone nel mondo continuano a vivere con meno di 1,90 dollari al giorno, la soglia della povertà estrema, e più della metà della popolazione mondiale è in fondo alla piramide economica con meno di 8 dollari al giorno; altre 800 milioni di persone sono vicine alla soglia di povertà (dati delle Nazioni Unite).

Per quanto riguarda l’infanzia, le cifre della sola America Latina sono scioccanti: i dati pubblicati dalla CELAC (agenzia dell’ONU) rivelano che nel 2017 la povertà nei giovani sotto i 15 anni ha raggiunto il 47%; il 17% di essi, inoltre, si trova in condizioni di estrema povertà A livello globale, queste cifre sarebbero considerevolmente più alte se fossero inclusi il continente africano e le enclave di povertà che sempre di più appaiono anche nei paesi sviluppati. Va aggiunto che nel XXI secolo, circa 24,9 milioni di persone soffrono di un qualche tipo di schiavitù moderna: dove donne e bambini sono i più colpiti.

La dimensione del fenomeno della povertà a livello globale e i molteplici modi in cui si manifesta oggi hanno posto al centro delle agende internazionali e nazionali l’idea di “combattere la povertà”. Tuttavia, a essere combattute sono le sue manifestazioni, non le sue cause. Si pone l’accento sulla lotta contro la povertà per il fatto che l’accentuazione della povertà diventa disfunzionale alla logica di una maggiore accumulazione di capitale. Si noti che la povertà del reddito limita la domanda effettiva e quindi l’accumulazione capitalista. I bassi livelli di istruzione, a cui è correlata, influenzano la qualifica della forza lavoro, e con essa i livelli di produttività che il sistema procura, limitando al contempo la creazione di capacità individuali per l’utilizzo di determinati beni o servizi che presenti nel mercato, come per esempio il commercio elettronico.

L’espansione della povertà colpisce gli interessi capitalisti. Ecco la vera ragione del crescente interesse per questo problema negli ultimi anni del XX secolo e all’inizio del XXI.

Di fronte a questa realtà globale, in cui si accentuano le contraddizioni insite nel sistema capitalista e nelle sue leggi, ma dove ancora una volta il sistema trova modo di riassestarsi, si impone la necessità di cercare alternative.

Non si tratta di cercare alternative alla globalizzazione, ma al sistema di cui è espressione; perché ciò che è globalizzato sono le relazioni sociali della produzione capitalista come forma di sviluppo delle forze produttive capitaliste globali: è il capitale che si globalizza. È un processo multidimensionale che trascende la sfera economica.

Le forme di dominio in cui è espressa vanno oltre il piano strettamente economico, imponendo un’ideologia e una politica, con una marcata presenza di fondamentalismo, neofascismo, xenofobia e militarismo.

Le soluzioni non possono essere cercate solo in campo economico, occorre calarsi nell’arena politica, assumendo la difesa di tutti i lavoratori e dei diritti democratici, la difesa stessa dell’umanità.

La complessità di questo processo richiede una riflessione: non basta resistere alla globalizzazione, è necessario cercare alternative, alternative al capitalismo. La trasformazione necessaria richiede un’azione cosciente, all’interno della quale rientra la creazione dell’”uomo nuovo” di cui parlava Che Guevara.
La lotta contro le forme del dominio attuale deve essere globalizzata: nel mentre che si creano le condizioni necessarie per la trasformazione globale, occorre resistere e andare verso una società più giusta, più solidale.

Cuba è una piccola isola che da 60 anni resiste al blocco degli Stati Uniti, imposto in risposta a trasformazioni rivoluzionarie, in particolare alla Legge di Riforma Agraria, e intensificatosi nel 1961, quando fu dichiarato il carattere socialista della Rivoluzione con il processo delle nazionalizzazioni. All’epoca c’era una completa dipendenza dagli Stati Uniti, che controllavano, fra le altre cose, il settore delle esportazioni, 1.200.000 ettari di terra, l’elettricità, e gran parte del credito bancario.

Il blocco ha causato danni quantificabili in quasi 135 miliardi di dollari, a prezzi correnti. Ciò ha influenzato non solo la sfera economica, ma l’intero processo di sviluppo in generale; ci ha privato dell’accesso a fonti di finanziamento, mercati, cibo, medicine.

Ciononostante, Cuba sta costruendo una società socialista alternativa che ha posto l’uomo al centro, soggetto del processo di sviluppo e attore della trasformazione. Sulla base di un’economia pianificata, il bilancio generale dello Stato opera una redistribuzione sociale e garantisce universalmente e gratuitamente istruzione e servizi sanitari di alta qualità.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli chiama a raccolta 100 ricercatori, professionisti, attivisti e policy da tutta Europa per la seconda edizione di FeltrinelliCamp, un workshop di due giorni che il 15 e 16 marzo si terrà in viale Pasubio 5 a Milano, sul tema ambizioso quanto necessario delle nuove economie e del ripensamento del capitalismo. La call internazionale è aperta fino al 15 febbraio 2019: i giovani partecipanti saranno chiamati a dare il loro contributo scientifico e di visione alla discussione sul sistema economico globale, la sua trasformazione e le possibili prospettive di sviluppo, così come sui bisogni socio-economici emergenti e sul cambiamento delle dinamiche di produzione e distribuzione di valore.

L’obiettivo di FeltrinelliCamp, nato dalla collaborazione con Eni e Fastweb, è promuovere uno scambio scientifico tra giovani ricercatori con background disciplinari e geografici diversi, stimolando il confronto su varie tematiche relative ai modelli di sviluppo economico.

Per informazioni e modalità di partecipazione: www.fondazionefeltrinelli.it/eventi/feltrinellicamp2019/

Bando https://bit.ly/2Qvi3MG


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