No, Google non sta boicottando Trump. E’ lui che fa confusione con date e screenshot


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Il presidente degli Stati Uniti accusa Google di avere pregiudizi nei suoi confronti, ma sbaglia date e screenshot. Con l’hashtag #StopTheBias (inglese per “ferma i pregiudizi”), Donald Trump ha twittato una video-raccolta della prima pagina di Google per come si mostrava durante gli State of the Union (il tradizionale discorso alle Camere riunite tenuto annualmente dai presidenti americani) suoi e del suo predecessore Barack Obama.

Nella sequenza di immagini è possibile vedere che sotto la barra di ricerca di Google compaiono i link che rimandano alle dirette dei discorsi tenuti da Barack Obama, mentre questi sarebbero del tutto assenti per gli analoghi eventi tenuti da Trump. Ma la “cantonata” inizia proprio dall’utilizzo del plurale: Trump ha tenuto finora un solo Discorso sullo stato dell’Unione, il 30 gennaio del 2018, e in quell’occasione il link è regolarmente comparso nella pagina del motore di ricerca.

Il trucco del fuso orario

Finora Donald Trump ha avuto occasione di tenere un solo Discorso sullo stato dell’Unione, alle nove di sera del 30 gennaio 2018, ora del Pacifico (Pst). Nel video pubblicato da Trump (ancora visibile su Twitter alle 11:15 del 30 agosto) nello screenshot della pagina principale di Google relativo a tale data non compare il link alla diretta dell’evento. Ma il problema è il fuso orario: lo strumento probabilmente utilizzato da chi ha realizzato il video è la Wayback Machine, servizio con il quale è possibile vedere una pagina web per come compariva in una determinata data, e i cui archivi sono sincronizzati sul Tempo coordinato universale (Utc, Universal Time Coordinated), corrispondente all’ora di Greenwich. Il link infatti compare consultando la copia della prima pagina di Google relativa alla mattina del 31 gennaio, coerentemente con lo scarto di cinque ore tra il fuso orario del Pacifico e l’ora Utc.

Discorso sullo stato dell’Unione o Primo discorso al Congresso?

Nel video pubblicato da Trump si evidenzia come Google abbia omesso di rimandare alle dirette dei discorsi alle Camere del presidente nelle date del 28 febbraio 2017 e del 30 gennaio del 2018. Risolto il problema del fuso orario, che riguarda quest’ultimo evento, resta l’accusa relativa al discorso del 28 febbraio dell’anno prima. Ma anche qui la ragione è abbastanza semplice: in quell’occasione non si trattava di un Discorso sullo stato dell’Unione, ma solo di un discorso a Camere riunite.

Come spiega la stessa azienda in una nota: “Il 30 gennaio abbiamo evidenziato lo streaming live del Discorso sullo stato dell’Unione del presidente Trump sulla homepage di google.com. Ma storicamente non abbiamo mai promosso il primo discorso al Congresso di un nuovo presidente, perché tecnicamente non si tratta di un Discorso sullo stato dell’Unione. Infatti non abbiamo promosso questo tipo di discorso su google.com né nel 2009 né nel 2017”. Tradizionalmente il Discorso sullo stato dell’Unione di un presidente americano si tiene ogni anno a eccezione del primo dall’elezione: distinzione fatta anche da Google sulla propria homepage.

Screenshot o photoshop?

Alcuni degli screenshot riportati nel video pubblicato da Trump mostrano i segni di un possibile fotoritocco ad arte. Come evidenziato da numerosi commentatori, l’immagine della homepage di Google inserita nel video e relativa al 12 gennaio 2016 riporta il vecchio logo di Google, non più utilizzato dal settembre dell’anno precedente. Una copia della pagina relativa a tale data mostra invece, oltre al link per il Discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Barack Obama, anche un riferimento all’anniversario della nascita di Charles Perrault, l’autore di Cenerentola.

L’affondo di Trump contro Google, con un tweet che non è mai stato rimosso nonostante l’ampia smentita del suo contenuto, rientra nella strategia di costante aggressività del presidente contro i colossi tecnologici, spesso identificati come liberali. Nello scorso anno Trump ha avuto occasione di attaccare più volte aziende come Microsoft, restia a sottoporre i propri server in Irlanda al controllo del Dipartimento di Giustizia statunitense, e Amazon, il cui fondatore è anche editore del Washington Post, storicamente inviso all’attuale amministrazione alla Casa Bianca. Ma questa volta Trump deve fare i conti con i commentatori su Twitter, che alle imprecisioni del video pubblicato dal presidente, hanno risposto con un nuovo hashtag: #StopTheLies, basta bugie.

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Autore dell'articolo: admin