nessun accordo tra conservatori e laburisti


Theresa May ha già promesso che lascerà nel momento in cui la Brexit si dovesse concretizzare, ma neanche questo è riuscito a fare la differenza nei colloqui in corso tra conservatori e laburisti. Anzi, un drappello di tories ha già avvertito la May: un accordo al ribasso con i laburisti comporterebbe una perdita del consenso all’interno della maggioranza. Al momento i due schieramenti sono dunque in fase di stallo totale.

Il conservatore Nicholas Watt ha ammesso di aver già rinunciato all’idea di trovare un accordo con i laburisti, perché questi avrebbero forti dubbi sulla “durata di un’intesa negoziata con un premier debole“. Boris Johnson, contrario ad una Brexit ‘soft’, ha annunciato ieri l’intenzione di succedere a Theresa May non appena arriveranno le dimissioni della Primo Ministro. E questa lotta all’interno del partito di riferimento della maggioranza rende sempre più debole la posizione della May, non ritenuta un’interlocutrice credibile.

Il grosso nodo da sciogliere riguarda sempre l’unione doganale, con particolare riferimento alla chiusura dei confini in Irlanda del Nord. Per evitarla si potrebbe pensare ad un ingresso della Gran Bretagna nell’Efta (European Free Trade Area), l’Associazione di Libero Scambio di cui fanno parte Islanda, Liechtenstein, Svizzera e Norvegia. Ci sono due problemi in tal senso: nessuno dei Paesi membri ha mai invitato la Gran Bretagna ad entrare a farne parte e, soprattutto, con questa mossa non si interromperebbero certamente i rapporti con l’Ue.

Far parte dell’Associazione di Libero Scambio non esclude, infatti, la necessità di sottostare a numerosi obblighi imposti da Bruxelles. La Brexit promessa dall’area intransigente del partito Conservatore è sempre di più un’utopia da campagna referendaria; in Gran Bretagna hanno fatto i conti senza l’oste.


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