Nelle elezioni di metà mandato i Democratici riconquistano la Camera. Un primo scenario


Nelle elezioni di metà mandato i Democratici riconquistano la Camera. Un primo scenario



Non c’è stata l’onda blu dei democratici nelle elezioni di mid-term in Usa. Ma i ‘liberal’ dopo otto anni hanno riconquistato il controllo della Camera. Il Senato invece è rimasto ai repubblicani. Questo il quadro, secondo le proiezioni dei principali network americani. 

Ai democratici serviva guadagnare 23 seggi ulteriori alla Camera per strapparne il controllo e l’obiettivo sembra esser stato raggiunto. Al contrario il Senato rimane saldamente nelle mani dei repubblicani che presumibilmente aumenteranno il loro vantaggio, secondo le proiezioni di Fox News, Nbc, Cbs e Cnn.

“Eccezionale successo stanotte. Grazie a tutti!”, ha twittato il presidente Trump.

Nelle elezioni di metà mandato i Democratici riconquistano la Camera. Un primo scenario

I Repubblicani difendono il Senato

Manca ancora la chiusura dei seggi sulla costa occidentale del Paese, ma il Grand Old Party è riuscito a strappare ai democratici almeno due seggi, i senatori dell’Indiana e de Nord Dakota; il che indica che potrebbero aumentare la maggioranza risicata detenuta finora (51 a 49) al Senato. Il presidente Donald Trump, sembra soddisfatto: “è stata una buona notte”, ha commentato la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders. 

Il partito dell’Asinello non è riuscito a vincere la scommessa in Texas dove il democratico Beto Rourke è stato sconfitto dal repubblicano Ted Cruz nella corsa per il Senato. Gli unici sostanziali trionfi al momento per i democratici sono le due prime donne musulmane elette al Congresso, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, rispettivamente in Minnesota e Michigan; e la nuova star del Partito democratico, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha vinto nel collegio elettorale 14 di New York ed è stata eletta deputata ad appena 29 anni, la più giovane al Congresso americano.

Andrew Cuomo è stato riconfermato governatore dello Stato di New York, sconfitto lo sfidante repubblicano Marc Molinaro: per lui sarà il terzo mandato, alla pari del padre Mario Cuomo, anche lui a capo dello Stato per tre legislature.

E nel suo appassionato discorso della vittoria, Cuomo è sembrato echeggiare la possibilità che si possa candidare per le presidenziali del 2020. Scontata invece la vittoria del repubblicano Greg Abbott, 60 anni, grande sostenitore del presidente Donald Trump, rieletto governatore del Texas: si è aggiudicato senza problemi il suo secondo mandato alla guida dello Stato della stella solitaria battendo lo sfidante democratico Lupe Valdez, sceriffo della contea di Dallas.

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Una prima lettura del voto

Il miglior segnale per i democratici americani era giunto non tanto dai sondaggi, quanto piuttosto dalla quantità di denaro affluito nelle casse dei loro candidati sotto forma di donazioni private. Soldi provenienti per lo più dal ceto medio. I repubblicani non sono riusciti a raccogliere nemmeno la metà dei loro fondi. Segno della stanchezza di un Paese verso una politica urlata, che ha in Trump il suo principale interprete. Se queste elezioni sono state un referendum sul Presidente, questi esce non bene dalla sfida (la vittoria dei Repubblicani al Senato era ampiamente prevista), vittima forse delle stesse armi che lo hanno sospinto fino allo Studio Ovale esattamente due anni fa.

Il valzer dell’anatra zoppa

Adesso i democratici non hanno più molto da temere per l’Obamacare, la riforma sanitaria che più ogni altra cosa rappresenta l’eredità politica di Barack Obama e che, non a caso, aveva assunto il valore di un feticcio da abbattere per i seguaci di Trump. Sul versante opposto, è inevitabile che l’inchiesta sul Russiagate riprenda vigore, con un Trump ad un passo dal divenire una vera e propria “anatra zoppa”. Per non dire delle spinte in direzione di un vero e proprio impeachment che ora potrebbero giungere dal Congresso.

Anche nella migliore delle ipotesi per i repubblicani, saranno i democratici da questo momento – se questo risultato sarà confermato nelle prossime ore – a dettare i termini dell’agenda politica, costringendo gli avversari e lo stesso inquilino della Casa Bianca a spostarsi verso il centro dello scacchiere politico. È questo il destino che toccò a Ronald Reagan dopo le elezioni di metà mandato del 1982 (addio alla Rivoluzione Conservatrice promessa nel 1980) come a Bill Clinton nel 1994 (fu l’addio al suo progetto di riforma sanitaria e l’inizio di uno spostamento sui contenuti dell’agenda politica conservatrice).

Ma attenzione: in entrambi i casi i presidenti usciti con le ossa peste dalle urne di metà mandato finirono rieletti a furor di popolo due anni più tardi. Segno che il futuro è di chi sa leggere cosa c’è davvero scritto nelle schede elettorali.

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Riformisti 1, Progressisti 0

Non deve essere sottovalutato poi un altro aspetto di questo risultato: all’interno dei democratici il primo test match tra sinistra e centristi lo vincono questi ultimi. Dopo la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 l’ala più progressista (a cominciare dalla materia sociale) del partito è andata rafforzandosi, sulla spinta dell’affermazione politica di Bernie Sanders. In più di un’occasione la conta all’interno del partito è finita in parità o quasi. Oggi i centristi segnano un punto a loro favore: se avessero vinto i repubblicani alla Camera per loro ci sarebbe stata la pensione anticipata. Oggi invece respirano. Basterà per sopravvivere? Chissà. Ma in politica prima si vive, poi si filosofeggia.

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Autore dell'articolo: admin