Mi sono concessa il tempo giusto per piangere e disperarmi. Poi la svolta e una forza che non so dove fosse nascosta in me, è esplosa. Adesso ne sono consapevole: non sto affrontando una malattia, sto vivendo un percorso di guarigione


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Sotto la doccia, di ritorno da un concerto di Jovanotti, il mio cantante preferito…negli occhi, nelle orecchie e nelle gambe ancora un sacco di energia, emozioni, belle parole, musica, felicità…Alzo il braccio e noto una strana «pallina» nel seno destro, proprio lì dove non deve stare…Sintetizzo i giorni seguenti in poche parole: analisi, visite, studi privati ed ospedali, esami i cui soli nomi scatenano il terrore, sguardi, parole che neanche passano dalle orecchie ma arrivano dritte alla bocca dello stomaco e ti immobilizzano, tolgono il fiato…paiono toglierti tutto…TUTTO.

A metà febbraio 2018 sono una ragazza di 37 anni, mamma separata di O., non equilibratamente serena, amante del buon cibo, del buon vino, dei concerti e delle passeggiate con i cani. Ahimè sono una donna del 2000, convinta che la routine quotidiana fatta di lavoro, casa, aperitivi, cene con gli amici e qualche sfizio sia il meglio a cui aspirare; sono una donna poco convenzionale (ma questa sarebbe un’altra storia); sono una donna attenta ad abbinare i vestiti floreali con gli elastici colorati che da sempre legano i miei lunghi, lunghissimi ed amatissimi capelli (guai a chi me li tocca) in code di cavallo, chignon o trecce laterali.

A metà marzo 2018 sono una donna di 37 anni con un cancro al seno metastatico, un cancro che secondo i medici ad oggi non si può guarire, ma tutt’al più cronicizzare. Sono una donna con in mano un piano terapeutico che prevede 6 cicli di chemioterapia e poi chissà. Mi sono concessa il tempo giusto per piangere, disperarmi, guardarmi allo specchio terrorizzata, bloccata, impaurita, guardarmi intorno e vedere tutta la mia semplice vita come qualcosa di prezioso che mi stava sfuggendo dalle mani. Mi sono concessa il tempo di vagare per casa e per le strade della mia città senza un senso, senza lucidità.

E poi, all’improvviso, la svolta: una forza che sa Dio o chi per lui dove stava nascosta è esplosa. La forza consegue alla consapevolezza profonda che si è radicata in me nel giro di poche ore: la malattia è un messaggio, che va in primo luogo riconosciuto, poi ascoltato e infine compreso. Non sto affrontando una malattia, sto vivendo un percorso di guarigione. In pochi mesi la malattia ha spalancato finestre dentro e fuori di me che non solo prima non riuscivo ad aprire, ma neanche vedevo, neanche ero consapevole che esistessero. Finestre che mi stanno permettendo di guardarmi, di conoscermi, di capirmi, migliorarmi o per lo meno tentarci. Finestre che mi permettono di guardare al domani con occhi diversi…un domani che sono sicura ci sarà…diverso certamente da come me lo sarei aspettato, immaginato o sognato, forse più faticoso, forse caratterizzato da un costante flusso di tensione da tenere sotto controllo…ma un futuro certamente più libero.

Un futuro più libero da gabbie che ci creiamo noi stessi, da condizionamenti stupidi che ci impediscono di godere in pieno ogni istante, paletti che vengono travolti dalla malattia; la  malattia ti fa capire realmente che immortali non siamo. La malattia sovverte le regole, le sospende, la malattia ti dà il permesso di cambiare. Ecco dove sta la libertà…tu sei al primo posto ora e non è questione di egoismo, ma di amore per te stessa e amore per chi ti ama e che non vuol perderti. Tu sei al primo posto perché solo in questo  modo in cima alla salita più ripida e dissestata della tua vita ci puoi arrivare…diversa…cambiata…talvolta stanca…ma ci arrivi.

Io oggi ho finito i miei 6 cicli di chemio, i miei lunghi capelli fanno parte del passato e mi guardo allo specchio con soddisfazione: mai avrei creduto di essere gnocca anche con i capelli alla soldato Jane. Settimana prossima inizio la terapia di mantenimento, quella che ha lo scopo di impacchettare e arginare le cellule tumorali che nel mio corpo restano (che sono molte molte molte meno di quelle che abitavano allegramente dentro di me quando tutto è iniziato). Non leggo le statistiche e le percentuali, perché io sono io e ognuno crea, gestisce e risolve la malattia a modo suo. Non so esattamente cosa si aspettino i medici. Io che oggi di anni ne ho quasi 38 mi sono posta un obiettivo: arrivare serena e in forza a 76 anni…perché come qualche secolo fa uno più famoso di me scrisse: «Nel mezzo del cammin di nostra vita  mi ritrovai per una selva oscura chè la dritta via era smarrita». Ma da lì ebbe inizio un viaggio straordinario…che mai avremmo potuto vivere se prima non ci fossimo smarriti.

G. M.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin