Mi chiamo L., in arte Ricciola: con la malattia ho scoperto di avere tanto da dare, a tutti. Ho scoperto che in molti attingevano forza dalla mia esperienza. Ho scoperto che più «vivevo» intensamente, più mi tornava indietro qualcosa


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CHE FORTUNA ! Mi chiamo L., in arte Ricciola; Ricciola perché  i miei capelli facevano la differenza: tanti, rossi e ricci. PRIMA. Prima di quel giorno, prima della chemioterapia, prima che un raro tumore mi frantumasse il femore e mi cambiasse la vita, prima che dovessi fare i conti con un mondo nuovo. L’osteosarcoma mi è stato diagnosticato il 4 Ottobre 2017, giorno che non dimenticherò mai più.  Mio marito (che già sapeva cosa mi sarebbe toccato), il chirurgo ed io  in quella saletta che mi era ormai nota; parole come lame e la domanda diretta: guarisco? Sì. Ma sarà una dura battaglia.

E allora, siccome non sono mai stata una che perde tempo laddove non c’è possibilità di alternativa, ho pensato, va bene, si lotta.  Ma dirlo e pensarlo non è così semplice, quantomeno non è immediato.  Pianti, domande, paure, pensieri in libertà, pensieri irrazionali, pensieri lucidi. Una tromba d’aria nella mia testa: un giorno morta, un giorno viva. Uno dei  miei due figli era vicino al diciottesimo compleanno e avrebbe dovuto prendere il diploma di maturità  e ripetevo, come un inutile mantra, gli rovino la vita, gli rovino la vita, gli rovino la vita …  con le lacrime che mi bagnavano il viso.

Dopo il fisiologico smaltimento rifiuti  ho iniziato ad alzare la testa, sollecitata da mio marito (medico) che ha avuto, ed ha, un ruolo fondamentale nei miei giorni. «Se fai così non guarisci più». E allora ho smesso. smesso di piangere, smesso di non guardare il cellulare, smesso di non leggere (mia passione preferita), smesso di non voler vedere nessuno, smesso di pensare che non avrei più vissuto.

Mi sono detta che sarei stata meglio, che la chemioterapia mi avrebbe aiutato e ho creduto fermamente che sarei uscita dal tunnel più forte che mai, consapevole della grave menomazione che questo tumore maledetto mi avrebbe lasciato: non sarei più stata quella di prima e avrei dovuto ACCONTENTARMI di vivere camminando con l’ausilio di due arnesi chiamati stampelle. Ho iniziato a pensare alle mie passioni, spesso lasciate indietro, per la fretta, per il lavoro, per il poco tempo. Ho pensato  che sarei stata menomata fisicamente, non avrei più potuto fare tutto il mio sport, o almeno non più quello di prima, ma che avrei valorizzato la mia testa: quella non me l’avrebbe tolta nessuno, anzi…

Avendo tanto tempo a disposizione, ho dato spazio alla lettura smodata, ripartendo dalle cose più leggere, ho scoperto che, anche da casa e da ferma, avrei potuto guardare mille film e in mille modi che non fosse solo il cinema, ho lasciato che le ansie rimanessero scritte, tenendo un diario delle mie sensazioni. Ho scoperto che tanto avevo da dare, a tutti; ho scoperto che in molti attingevano forza dalla mia esperienza, dal mio modo di affrontarla; ho scoperto che più «vivevo» intensamente più mi tornava indietro qualcosa. Ho iniziato a ridere con i medici e ogni volta scoprivamo insieme un motivo per ritenermi fortunata: che fortuna che abbiamo potuto operare, che fortuna che abbiamo tolto  i muscoli perché sono  intelligente e uno sa sostituire l’altro, che fortuna che la chemioterapia non mi ha fatto stare male, che fortuna che i miei esami sono sempre a posto, che fortuna che ho fatto tanto sport prima, altrimenti adesso non potrei reggere la fatica.

Ho portato il gesso 50 giorni, dopo l’intervento, imbalsamata che nemmeno Tutankamon. E che gioia quando, sotto gli occhi increduli di medici, infermieri e fisioterapisti, sono riuscita a sedermi … e poi ad alzarmi e anche a camminare fino alla macchinetta del caffè. Ero pelata e con il gesso. Ma … che fortuna, hai degli occhi stupendi e stai bene anche così. Una star. Ero diventata una star. Simpatica, forte, coraggiosa, bella. Bella più di prima perché ero bella di quella forza interiore che spacca e che fuoriesce da tutti i pori. Non sono consolazioni, sono cose vere che si sentono. Non posso dire di aver rivalutato le amicizie. No, quelle no. Le ho sempre portate in un palmo di mano e tali sono rimaste, tutte, dalla prima all’ultima.

Ho solo e semplicemente sentito un amore sconfinato che mi ha reso potente come una regina. Questa potenza l’hanno percepita tutti e, paradosso, sono stata io a dare energia a tutti. Ho rivalutato me stessa, o meglio, mi sono vista da un’angolazione diversa. Ho iniziato a vedere tutto da un’angolazione diversa, anche se sono sempre stata una persona positiva e il gioco è stato più facile. Ho sempre riso molto e ho continuato a farlo, più forte ancora. Mi sono sempre emozionata molto  e ora scoppio di gioia perché la vita è preziosa e non serve perdersi dentro a cose futili, non serve litigare, non serve prendersela, non serve.

IL tempo è prezioso, minuto dopo minuto e abbiamo il dovere di viverlo, tutto.

La malattia è una cosa che ti colpisce duramente. La capacità è quella di accettarla e ascoltarla. Sono rimasta senza gamba, metaforicamente parlando. Ma ho pensato, da subito, cosa mi resta? Mi resta tanto, in fondo è una gamba, in fondo ne ho due, in fondo parlo, rido, lavoro, scrivo, leggo e ho scoperto che mi piace viaggiare, cosa che non ho mai fatto. Ho una sedia a rotelle da digerire, spesso sono stanca. Non sempre è facile. Ma sto imparando a vederla come un’amica, coma la soluzione al mio problema di mobilità; posso fare molte più cose, con lei. Ho scoperto di avere una fede molto forte che era sopita, una fede che mi sostiene, una preghiera che mi accompagna quando ho più paura e avere fede è una grande risorsa, qualcosa di importante cui aggrapparsi. Ho scoperto…

L.G.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin