Melanoma e neoplasia vescicale: da queste esperienze ho imparato a considerare il cancro come una malattia «normale», senza quella qualifica di incurabile che l’accompagna; sì terribile, ma che si può combattere e vincere


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Dopo una visita dermatologica, ho dovuto sottopormi all’asportazione di una neoformazione cutanea addominale, che pur non sembrando all’apparenza, a detta del medico, pericolosa, andava comunque rimossa per maggior sicurezza. Stavo partendo per le vacanze, quando, pochi giorni dopo l’intervento,  via internet mi è pervenuto il referto istopatologico: melanoma a diffusione superficiale, a cellule epitelioidi non pigmentate, in fase di crescita radiale , richiedente intervento di ampia radicalizzazione con biopsia dei linfonodi sentinella.

La scoperta della malattia è stata traumatica, anche perché inaspettata e senza segni premonitori. Improvvisamente ti senti la vita cambiata, il mondo che ti crolla addosso. Inoltre, già dieci anni prima ero stato colpito da una neoplasia vescicale, curata con intervento, seguito da chemioterapia,  al momento non più recidiva.  Superato il primo momento di inevitabile  panico e di sconforto, ho cercato di mantenere le reazioni successive quanto più possibile sul piano razionale. Mi sono messo immediatamente in contatto con il medico che aveva praticato l’asportazione  per conoscere la reale gravità ed estensione della neoplasia. Dalla diagnosi dell’esame istopatologico che mi è stato presentata ho cercato di trarre quegli elementi che potessero darmi una visione non dico tranquillizzante, ma meno drammatica della malattia, rispetto al primo impatto .

Il periodo pre-intervento è stato naturalmente una successione di alti e bassi, angosce e speranze L’intervento di radicalizzazione è stato effettuato in day-hospital, il referto della biopsia dei linfonodi è risultato negativo. Non è stata prescritta alcuna terapia farmacologica

Durante il periodo post-intervento, un elemento che è certamente servito a mitigare la naturale preoccupazione e le inevitabili paure di possibili ritorni in futuro della malattia è stata l’interazione aperta e periodica con il medico curante, che, pur senza nascondere la potenziale pericolosità del melanoma, mi ha sempre fornito spiegazioni e risposte esaurienti  ai miei dubbi con grande disponibilità. Inoltre il supporto morale di mia moglie e la solidarietà delle persone  vicine hanno certamente avuto un peso determinante nell’attenuare il malessere e lo stress derivanti dallo stato di «malato di cancro». Ad oggi, tutti questi elementi, approccio razionale, ambiente famigliare, comunicazione medico- paziente e un intervento non invasivo mi hanno permesso una vita sociale e di relazioni normale e di mantenere gli abituali interessi culturali e sportivi, aiutandomi a superare psicologicamente il peso della malattia.

Non so quale potrà essere il futuro decorso del melanoma, anche se alcuni elementi e riscontri obbiettivi, a detta dei medici, fanno propendere per un decorso favorevole (tra l’altro è stato superato positivamente il primo  controllo quadrimestrale). So comunque che dovrò convivere col pensiero che  possa ripresentarsi, so che dovrò sottopormi  a controlli periodici vivendo un’atmosfera sospesa di timore, speranza, ansia i giorni che precedono gli esami e l’incontro col medico.

Da queste esperienze (melanoma e neoplasia vescicale) ho imparato a considerare il cancro una malattia «normale», senza quell’alone di timore ed angoscia che ti prendeva quando ne pronunciavi il nome, senza quella qualifica di malattia incurabile che l’accompagnava, a considerarlo invece come una malattia, si terribile, ma che si può combattere e vincere. Così, se si ripresenterà, so che dovrò e potrò affrontarlo , per contrastarlo e sconfiggerlo, con grande determinazione, mobilitando tutte le risorse interiori ed i punti di forza a mia disposizione.

Avere vissuto l’esperienza (due volte) di una malattia così grave ha avuto certamente un impatto sulla visione del futuro, sul senso da dare alla vita. Sono in pensione e quando mi trovo a programmare un viaggio, una partecipazione, un’attività progettata nel futuro non immediato mi trovo sempre di fronte ad una domanda che rimane sospesa, cui subito non so dare risposta: «Ma se si ripresenta, ha senso fare piani nel futuro ?». Poi, quasi sempre, l’ottimismo dettato dalle prove superate prevale. Nello stesso tempo queste esperienze, pur nella loro avversità e con il loro carico di ansie e timori (sommate anche alla mia età) mi hanno portato a guardare alla conclusione della vita con più distacco e maggior naturalezza, a ricordarmi  con serenità l’ineluttabilità di quello che è il nostro finale destino.

G. T.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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Autore dell'articolo: admin