Mario Mieli, armonia e libertà


Ma dov’è finita la Milano del 2018? Sembra scomparsa nel caldo di fine agosto, nel silenzio del Parco Lambro. La voce metallica di un megafono comanda ‘Azione!’. La macchina da presa si muove a scoprire un uomo che percorre un sentiero per raggiungere un altro uomo, appoggiato a un albero. Giubbotto, pantaloni ‘a campana’, capigliatura del primo, riconducono inequivocabilmente agli anni ’70 del secolo scorso. Il secondo indossa un mantello nero da cui sbucano una gonna e scarpe con il tacco altissimo. Il viso è truccato, le labbra marcate di rossetto. I due siedono su una panchina, conversano, c’è tra loro complicità e inquietudine. Domani il parco si riempirà di ragazze e ragazzi, che nella finzione cinematografica, poiché di questo si tratta, evocheranno la sterminata folla del terzo e ultimo Festival del proletariato giovanile, organizzato dalla rivista Re Nudo tra il 26 e il 30 giugno 1976. Al centro della scena ci sarà di nuovo l’uomo del mantello nero, senza mantello ma comunque vestito in abiti femminili. Dal palco, ai giovani comunisti che insultano lui e tutti coloro che rappresenta, urlerà ‘Lotta dura contro natura’, ‘Froce sì, ma contro la DC’, parodia ironica e beffarda degli slogan scanditi nei cortei. L’uomo del Parco Lambro si chiamava Mario Mieli. Non occorrono particolari doti profetiche per affermare che anche a molti lettori di Alias il nome suonerà sconosciuto, o vagamente sentito; che poco o nulla saprebbero dire di lui, del suo impegno politico e intellettuale in un periodo segnato dall’onda violenta dell’Autonomia Operaia, dal braccio omicida delle Brigate Rosse, dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini, dalle stragi di Bologna e Ustica, e per contro da una forza creativa che mai più tale si sarebbe riproposta. Alla vita di Mieli, famiglia dell’ottima borghesia milanese, fondatore con Angelo Pezzana del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario), autore del saggio Elementi di critica omosessuale e di spettacoli teatrali militanti, ambientalista e pacifista, morto suicida a trentun anni, è dedicato spazio poco oltre. I set appena descritti sono parte del film Gli anni amari, regia di Andrea Adriatico (che lo ha sceneggiato insieme a Grazia Verasani e Stefano Casi), in lavorazione tra Bologna, Milano, Lecce, Londra. Un film che racconta Mario Mieli, e in un ruolo non meno importante l’epoca cui appartenne la sua breve esistenza; che intende ridisegnarne la figura nella completezza del suo valore e dei suoi valori; che vuole essere riflessione parallela sulle battaglie del presente. Adriatico e Casi hanno solidi trascorsi giornalistici nella redazione de L’Unità. Gli anni amari beneficia dunque di un taglio narrativo molto sensibile all’esigenza di restituire e rendere comprensibili Mieli e gli anni ’70 al pubblico attuale. Andrea Adriatico «Da adolescente avevo letto Elementi di critica omosessuale: idea di un’armonia libertaria con il marxismo sullo sfondo e come punto di vista primario il fatto che non fosse necessario passare attraverso un percorso di rivendicazione omosessuale, ma di quella libertà chiamata da Mieli pansessualismo. Intorno al 2013 ho cominciato a raccogliere materiali per un film, ad ascoltare i racconti di tante vicende da chi le aveva vissute: specchi di una frammentazione che ha impedito al movimento gay italiano di essere compatto, di lasciare traccia di sé, e aveva riguardato ugualmente e fortemente gli anni ’70». Sulla rivista on line Il tascabile, Federico Sardo ha definito il protagonista del suo film ‘Estremo e dimenticato’. È una definizione che lei condivide? Chi è il Mario Mieli de Gli anni amari? «Uno piuttosto diverso dal Mieli delle cronache del tempo e delle poche tracce biografiche rintracciabili. Se gli avvenimenti sono quelli, qui cambia il tratto di lettura, che porta con sé l’intento di riconnettere alcuni tessuti mancanti. Con Varasani e Casi abbiamo provato a legare l’esperienza di Mieli a un’epoca di una bellezza sconvolgente, chiusa però nell’amarezza e conclusa definitivamente dalla comparsa sul mensile Frigidaire del primo articolo in Italia che parlava di HIV, era il 1983». Stefano Casi, cosa ha rappresentato per lei e per Grazia Verasani ridurre al nero su bianco di una sceneggiatura una vita di magnifico e totale disordine? «Ci siamo trovati davanti a una persona molto particolare, soprattutto per la sua complessità e le diverse fasi della sua evoluzione. Mondi che meriterebbero ciascuno un film: la militanza omosessuale, l’alchimia, la scrittura, la schizofrenia, gli amori… Potevamo focalizzarci su un unico aspetto, e da lì allargare lo sguardo. Oppure avere il coraggio di prendere e raccontare tutto, ed è l’opzione che abbiamo scelto. L’unica possibile per cercare di descrivere, appunto, la complessità di cui parlavo poc’anzi. Muovendoci sugli avvenimenti biografici dal 1970 al 1983, con l’obbiettivo di evidenziare il pensiero in divenire di Mieli, abbiamo dovuto affrontare un altro problema: in quel periodo esisteva una condivisione di concetti e l’uso di una terminologia che oggi, e vale per il novanta per cento di tutto ciò che è accaduto negli anni ’70, risultano incomprensibili al pubblico. Lo sforzo più grande, quindi, è stato non tanto racchiudere in un film una storia pur complicata, quanto piuttosto riuscire a far percepire le idee e le ragioni che la muovevano». Grazia Verasani, ovvero lo sguardo e la penna di una donna «Sapevo di dover scrivere una storia ispirata, e non un documentario, da cui sarebbe scaturito il ‘nostro’ Mario Mieli. La cosa che di lui mi ha più colpito era la sua totale libertà, la sua lontananza dai ghetti delle categorie di genere, il non concepire nessun tipo di compromesso. Mieli è stato un precursore, un innovatore rispetto all’utopia e al sogno che si respiravano in quegli anni, e lo è stato anche attraverso i colori del travestitismo, l’uso delle droghe, le discussioni con gli operai, le poesie, le performance teatrali. Un precursore, un innovatore, ma sempre e soltanto all’interno di un’idea di collettività». Adriatico, Mario conclude la propria vita nell’atto estremo del suicidio, apparente contraddizione rispetto alla sua vitalità «Mieli visse, in un crescendo alimentato dalla schizofrenia di cui soffriva e dalla frequentazione abituale di droghe pesanti, la percezione di essere un giusto in un mondo di alieni. Le persone più importanti che gli furono accanto testimoniano di una costante evocazione, negli ultimi anni, del suicidio. Citando Giuseppe Berto, c’era, sotto Mieli, un male di vivere in parte e sicuramente riconducibile alla difficoltà di essersi spinto troppo oltre».

Gli attori del film

La voce del megafono torna a farsi sentire, questa volta per annunciare una pausa. La macchina cinema si ferma, e con lei l’uomo dal mantello nero, nome all’anagrafe romana Nicola Di Benedetto, venticinque anni, debutto sul grande schermo con Gli anni amari, somiglianza sorprendente con il ‘vero’ Mieli. Attore ma non solo, ci tiene a precisare. Se, infatti, poco più che adolescente, asseconda l’amore per la recitazione frequentando dal 2008 al 2010 un corso al Cantiere Teatrale di Garbatella e mettendo in scena con la compagnia Per aspera e astra Love in Portofino, nel 2012 compie una svolta decisiva «Dopo il liceo mi sono trasferito a Bologna per studiare fumetto e illustrazione all’Accademia. Tra arte drammatica e arte applicata ho scelto la seconda, tenendomi però uno spazio aperto. Tant’è che ho lasciato proseguire il teatro verso la performance, e, sempre a Bologna, ho partecipato a Don’t shoot at the storm, di Davide Savorani. Quanto al disegno, mi sto addentrando nel mare dell’installazione. Realizzo composizioni con led e neon». L’approdo al cinema nei panni di Mario Mieli arriva da quello spazio lasciato aperto? «Si, proprio dalle video performance. Saverio Peschechera, il produttore del film, con il quale ho amici comuni, ne aveva viste alcune. Al momento del cast si è ricordato di me, ho passato i provini, ed eccomi qui». Prima che ti chiedessero di interpretare Mieli, avevi idea di chi fosse? «Era un’eco, ne conoscevo il nome e il volto. Ma non sapevo quanto fosse imponente il suo spettro e vasto il suo mondo». Come sei entrato nella parte? «Ho letto i libri che ha scritto, e la documentazione su di lui. Soltanto dopo, Andrea (Adriatico, ndr) mi ha mostrato il materiale video, compresa la partecipazione di Mieli, nel ’77, al programma televisivo Come mai. Penso lo abbia fatto per non condizionarmi ed evitare che finissi per scimmiottare Mario». Al di là dei tuoi compiti di attore, che idea ti sei fatto della persona Mieli? «Chiunque, omosessuale e no, si identifichi in senso rivoluzionario fuori dai canoni sociali prestabiliti, ha il dovere di conoscerne la figura. Mieli era di una consapevolezza superiore, di una sensibilità complicata e perciò incomprensibile a molti per come veniva proposta. In una parola, un genio». Il ruolo di Ivan Cattaneo, cantautore di notevole importanza sulla scena musicale dei ’70 e amico intimo di Mieli, è stato affidato a Davide Merlini, 26 anni, da Marostica. Ti aspetteresti un giovane rampante, pronto a vantare la sua partecipazione a X Factor 2012, il ruolo di protagonista nel musical Romeo e Giulietta. Ama e cambia il mondo, il secondo posto al Tale Quale Show di Carlo Conti, dieci puntate di Un posto al sole. E invece ti ritrovi a parlare con un ragazzo tranquillo, consapevole dei suoi limiti, entusiasta di interpretare un ‘collega’ così famoso «Forse c’è qualcosa di non casuale in questa mia esperienza. Cattaneo scrisse per me, anni fa, un brano che non sono mai riuscito né a cantare, né a registrare. Spero di riuscire a incontrarlo, forse si ricorda ancora di me». Antonio Catania è Walter, il padre di Mieli. Cinema con Salvatores, Kamikazen ultima notte a Milano, Mediterraneo, Sud; con Soldini, Pane e tulipani; con Aldo, Giovanni e Giacomo, Diverso da chi? Televisione nelle serie Crimini, Boris, Il giudice Mastrangelo. Di Sandra Ceccarelli, Liderica, madre di Mieli, Adriatico dice «Ho pensato a lei da subito. Ogni volta che Sandra posa lo sguardo sulla macchina da presa, lascia qualcosa di molto profondo. Sono felice che mi abbia detto sì». Giuseppe Bertolucci, Ermanno Olmi, Giuseppe Piccioni, John Malkovich sono alcuni tra i registi che hanno diretto Ceccarelli. Lorenzo Balducci, esordio ne I cavalieri che fecero l’impresa, di Pupi Avati, è Giulio, il fratello con cui Mieli ebbe il rapporto più conflittuale. Corrado Levi, Umberto Pasti e Piero Fassoni, compagni di Mieli, sono rispettivamente Francesco Martino, debutto in La finestra di fronte, di Ferzan Özpetek; Tobia De Angelis, ultimo lungometraggio Made in Italy, di Luciano Ligabue; Giovanni Cordì, teatro ma anche cinema in Madre, di Nanni Moretti; Francesco, di Liliana Cavani; All the money of the world, di Ridley Scott.

Note biografiche su Mario Mieli

Mario Mieli nasce a Milano il 21 maggio 1952. Il padre Walter, ebreo di Alessandria d’Egitto, guida un’azienda tessile che in seguito affiderà a Giulio, il maggiore dei sette figli. Lideria, la madre, è insegnante di lingue. Soltanto con la sorella Paola, che ne curerà gli scritti dopo la morte, Mario riuscirà a instaurare un rapporto affettivo. Nel ’71, terminati gli studi classici sui banchi del Parini, il liceo della Milano bene, il giovane Mieli trascorre un periodo a Londra, dove fa sue le rivendicazioni politiche del Gay Liberation Front. Nello stesso anno, con il libraio torinese Angelo Pezzana, fonda il FUORI, Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano. Vasta risonanza ha la manifestazione organizzata a Sanremo nel 1972 contro il tema ‘Comportamenti devianti della sessualità umana’, al centro del Congresso di sessuologia. La militanza nel FUORI come attivista, redattore dell’omonima rivista e portatore del ruolo rivoluzionario degli omosessuali nella realizzazione del ‘Gaio comunismo’, dura fino al ’74. È allora che Mario rifiuta l’affiliazione del Fronte al Partito Radicale, e dà vita ai Collettivi Omosessuali Milanesi. Inizia così un percorso che ne fa sempre di più personaggio pubblico, scomodo e provocatorio per ciò che afferma e tutto ciò che mette in discussione. A cominciare dalla convenzionalità distintiva tra abiti maschili e femminili. Se la donna può indossare i pantaloni, perché un uomo non può indossare una gonna? Così farà, esagerando volutamente le sue mise, corredate sovente da boa di struzzo, veli, tacchi a spillo, pellicce sul corpo nudo. Senza che il suo travestitismo sia paragonabile a quello di una drag queen. I movimenti della sinistra antagonista, attraversati da un rigurgito omofobo e anti femminista, si scontrano duramente con lui in diverse occasioni, una su tutte il Festival del Parco Lambro nel 1976. Mieli trasforma anche il teatro in luogo di espressione della lotta politica omosessuale, mandando in scena spettacoli di successo quali La Traviata Norma. Ovvero: Vaffanculo… ebbene sì! Risale a quel periodo la nascita di amicizie e rapporti sentimentali con Milo De Angelis, Corrado Levi, Piero Fassoni e Umberto Pasti, l’amore più tormentato. È del ’77 la pubblicazione per Einaudi della sua tesi di laurea, Elementi di critica omosessuale, saggio ancor oggi considerato basilare negli studi di genere. L’uscita dai recinti ormai troppo stretti della militanza gay per abbracciare le cause della pace e dell’ambiente, si accompagna al ripresentarsi delle crisi che già in passato lo avevano costretto al ricovero in istituti psichiatrici. L’ultimo periodo vede Mieli seguire la strada dell’esoterismo e dell’alchimia, convinto di essere discendente dai faraoni. Una strada che, afferma di nuovo con il pensiero rivolto al mondo, può condurre verso la liberazione dell’uomo e l’Età dell’Oro. Il 12 marzo 1983, dopo aver bloccato senza un vero motivo la pubblicazione di un romanzo autobiografico ancora per Einaudi, si suicida in casa con il gas.

Tutto o quasi su Mario Mieli

Su Wikipink, l’enciclopedia on line gay, lesbica, bisessuale e trans, la voce ‘Mario Mieli’ rimanda a diverse fonti che ne approfondiscono la figura.

Stefano Casi, L’omosessualità e il suo doppio. Il teatro di Mario Mieli, 1992

Christian Lo Iacono, La gaia scienza. La critica omosessuale di Mario Mieli, 2007

Laura Schettini, Mario Mieli, 2015 (Treccani, Dizionario biografico degli italiani)

Luca Scarlini, Ritratto di Mario Mieli, 2016 (rivista on line Doppiozero)

Federico Sardo, Mario Mieli, estremo e dimenticato, 2017 (rivista on line Il tascabile)

Lorenzo Bernini, Mario Mieli, una di noi, 2017

Giovanni Dall’Orto, Mario Mieli né vergine né santa (dal blog gay A caccia di guai)

Pubblicazioni

Gianpaolo Silvestri, L’ultimo Mario Mieli, Libreria Croce, 2012

A cura di Dario Accolla e Andrea Contieri, Mario Mieli trent’anni dopo, Circolo Mario Mieli, 2013

A cura di Silvia De Laude, Mario Mieli. E adesso, Clichy, 2016

Andrea Adriatico

Andrea Adriatico, L’Aquila, 1966, fonda nel 1993 a Bologna il Centro Internazionale Teatri di Vita. Tra il 2000 e il 2002 realizza i cortometraggi Anarchie, L’auto del silenzio, Pugni e su di me si chiude un cielo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato a festival italiani e stranieri. Nel 2004 il primo lungometraggio, Il vento, di sera, che passa alla Berlinale. Il film vince il Roseto Opera Prima Film Festival. Secondo film All’amore assente, presentato nel 2007 al London International Film Festival, Premio Speciale della Giuria al Festival Annecy Cinéma Italien. Nel 2010, con Giulio Maria Corbelli, firma il documentario +o- il sesso confuso, racconti di mondi nell’era aids, Premio Internazionale Emilio Lopez a Pescara e Miglior film documentario al Mix di Milano. L’ultimo docufilm, Torri, checche e tortellini, è stato ospite del Torino Gay&Lesbian Film Festival.


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