Malattie infiammatorie dell’intestino, i pericoli della scarsa informazione


Gli ospedali non sono il posto più sicuro al mondo, anzi: senza le giuste precauzioni in corsia si possono prendere polmoniti, infezioni del sangue, infezioni della ferita chirurgica dopo un intervento. E chi soffre di malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), ovvero di colite ulcerosa e morbo di Crohn, è a rischio perché in un caso su quattro non riceve sufficienti informazioni per evitare guai: lo dimostra uno studio condotto dall’Associazione Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (AMICI Onlus), secondo cui proprio per colpa delle infezioni correlate all’assistenza un paziente su due vede allungarsi la degenza in clinica.

Infezioni in ospedale

L’indagine è stata condotta su quasi 2500 pazienti intervistati per capire quanto fossero a conoscenza delle infezioni correlate all’assistenza e se questo avesse avuto ripercussioni sulla loro salute. I dati emersi sono molto chiari: una persona su quattro non ha ricevuto alcuna informazione sulla prevenzione delle infezioni prima del ricovero o di un esame diagnostico, sei su dieci non sono a conoscenza di procedure di sicurezza per evitare contaminazioni e uno su quattro non è sicuro di sapere come si possano scongiurare le infezioni. Il 23 per cento degli intervistati è stato ricoverato nel corso del 2018 e fra questi il 17 per cento ha contratto un’infezione a seguito del ricovero; in metà dei casi la degenza era stata necessaria per un intervento chirurgico e fra questi uno su dieci è stato colpito da infezioni a seguito dell’operazione. Va un po’ meglio con chi è entrato in clinica per un esame diagnostico (le infezioni hanno riguardato solo il 3 per cento dei pazienti), ma preoccupa che il 50 per cento dei malati ha visto prolungare la degenza a causa di infezioni contratte in ospedale.

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Serve più informazione

«Non ricevere informazioni precise su cosa fare per prevenire infezioni in caso di ricovero, intervento chirurgico ed esami endoscopici allunga il tempo da trascorrere in ospedale e quindi aumenta lo spreco di risorse pubbliche, in parte per i costi sanitari, in parte per la perdita di produttività: i pazienti che abbiamo coinvolto avevano dai 30 ai 59 anni, erano perciò in piena età lavorativa», osserva Salvo Leone, direttore generale di AMICI Onlus. «Un altro nostro studio, AMICI WeCare, ha dimostrato che coinvolgere il malato nel processo di cura, aumentando e favorendo l’informazione, porta a una migliore gestione della malattia, aumenta l’aderenza ai trattamenti, migliora lo stile di vita riducendo del 20 per cento la spesa sanitaria diretta per farmaci, visite ed esami e del 25 per cento le assenze dal lavoro». Un’informazione maggiore e capillare è perciò necessaria ed è chiesta a gran voce dai pazienti anche in occasione della Giornata Mondiale delle MICI del 19 maggio: oltre 40 Comuni italiani stasera illumineranno di viola monumenti famosi (l’elenco in aggiornamento è qui) per ‘rendere visibile l’invisibile’ e portare l’attenzione su malattie che nel nostro Paese colpiscono circa 250mila persone. Spiega Enrica Previtali, presidente di AMICI Onlus: «Illuminare vuol dire portare luce su qualcosa che non ne ha: le MICI hanno bisogno di attenzione continua, ricerca scientifica costante, un pieno coinvolgimento del paziente e un rapporto di fiducia con il medico fondato su comunicazione, informazione, partecipazione. Migliorare la qualità di vita delle persone con MICI è possibile, facendo cultura e creando consapevolezza».

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19 maggio 2019 (modifica il 19 maggio 2019 | 10:08)

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Autore dell'articolo: admin