“L’uomo non è mai stato sulla luna”. Storia di un negazionismo duro a morire


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STEVEN HOBBS / LEEMAGE


Luna




La teoria del complotto lunare ha una data precisa di inizio: 3 giugno 1976. Quel giorno uscì negli Stati Uniti un libro scritto dall’americano Bill Kaysing e dal titolo inequivocabile: We Never Went to the Moon, “Non siamo mai andati sulla Luna”. Kaysing era un laureato in inglese finito a lavorare in un’azienda produttrice di motori a razzo.

Nonostante avesse lavorato solo come supervisore nella stesura dei manuali tecnici, Kaysing si considerava un grande esperto al punto da convincersi che la tecnologia, negli anni Sessanta, non poteva essere in grado di mandare un equipaggio così lontano. Inoltre era convinto che la Nasa fosse stata in cattive acque per permettersi una missione così costosa. Dunque, secondo l’autore, gl americani si erano inventati tutto e avevano affidato la regia a Stanley Kubrick, diventato famoso un anno prima con “2001 Odissea nello Spazio”. Il regista avrebbe accettato, secondo Kaysing, perché sotto minaccia di rendere pubblico il coinvolgimento del fratello Raul con il Partito comunista ai tempi di guerra fredda. Il fatto che Kubrick non avesse mai avuto un fratello, era un dettaglio insignificante.

Secondo i complottisti, la missione Apollo 11 venne “inventata” per togliere il primato dello spazio all’Unione Sovietica, secondo altri doveva servire a distrarre dal fallimento della guerra in Vietnam. Per altri ancora, la messinscena fu necessaria per non perdere i 30 miliardi di dollari di fondi a rischio tagli. C’e’ un filone negazionista anche italiano: con il film American Moon il regista Massimo Mazzucco ha voluto spiegare come la missione sulla luna sia stata infarcita di trucchi e menzogne, dalle interviste alle foto realizzate su un set fino ad arrivare al mistero della scomparsa dei nastri contenenti i dati di volo.

Il fatto che, dopo Apollo 11, gli americani andarono altre cinque volte sulla Luna, non basta a smontare l’idea di complotto. Ad alimentare l’ipotesi negazionista, negli anni Settanta, arrivò anche un film, Capricorn One, del ’78, del regista Peter Hyams: è la storia di una missione su Marte annullata per la mancanza di fondi, che la Nasa decide di portare avanti lo stesso, inscenando tutto. L’idea del set non era una novità: era già apparsa, sette anni prima, in un film di James Bond, “Una cascata di diamanti”, quando l’agente segreto più famoso della storia del cinema si ritrova nel mezzo di un set con astronauti che si muovono piano come fossero davvero sulla luna.

Negli ultimi anni, insieme alla narrazione negazionista, è cresciuta una nuova scuola di pensiero: quella semi-negazionista, secondo cui la missione ci fu, ma venne raccontata in modo artificioso per non svelare ai sovietici troppe informazioni. È la teoria sostenuta dal fotografo francese, Philippe Lheureux, autore del libro Lumie’res sur la Lune, secondo cui le foto vennero scattate su un set per nascondere ai sovietici i dettagli dell’operazione.

Per tutti restano le parole definitive di Umberto Eco, secondo il quale se la missione fosse stata una grande finzione, gli unici ad avere interesse nello sbugiardare gli americani sarebbero stati i sovietici. “Se i russi sono stati zitti significa che lo sbarco sulla Luna era vero. Fine del dibattito”. 

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