L’uomo che ha inventato internet sfida i nuovi padroni della rete


L'uomo che ha inventato internet sfida i nuovi padroni della rete

 Afp


 Tim Berners Lee




Chi ha inventato il web sfida chi lo controlla. Tim Berners-Lee ha lanciato una startup, Inrupt, e il suo primo progetto, Solid. Obiettivo: permettere a ogni utenti di possedere i propri dati, di decidere dove conservarli, con chi e come condividerli. Tutto: foto, commenti, contatti della rubrica, mail, eventi, tracciamento dell’attività fisica.

Come funziona Solid

Solid è un “ecosistema”. Quindi non è solo un sito o un social network. È qualcosa di più esteso. I dati vengono memorizzati in un luogo digitale privato che Solid chiama “Pod”. Può essere custodito nei server di un fornitore, in uno casalingo o sul posto di lavoro. Anche questo viene deciso dall’utente. I fondatori di Solid descrivono il Pod come “una chiavetta Usb per il web”. Che però non è fisica, perché è accessibile online. “Pensa al Pod come a un tuo sito web privato”, si legge sul sito di Solid. Con la differenza che “i tuoi dati interagiscono con tutte le tue app”. È un po’ quello che avviene già oggi per migliaia di servizi che permettono un “accesso con Facebook”. Senza reinserire le informazioni che ci riguardano, bastano un paio di clic e si possono usare quelle già affidate al social network. Con una differenza fondamentale, però. Nel caso di Facebook i dati sono in possesso di Zuckerberg. Nel caso di Solid sono e restano solo dell’utente. Che può “portarli con sé”, in ogni momento. Per utilizzarli secondo vincoli più o meno rigidi (sempre a sua discrezione). “Piuttosto che affidarsi a una terza parte, puoi usare Solid Pod per dire chi sei”, spiega il progetto. “Quindi non più ‘Accedi con X’ o ‘Accedi con Y’ sul web ma solo ‘accedi con il tuo Solid Pod’”.

Oltre la “portabilità”

In gergo si chiama “portabilità dei dati”. Ed è un diritto riconosciuto anche dal Gdpr. All’articolo 20, il regolamento europeo sulla privacy afferma che ogni utente debba ricevere “i dati personali forniti” a un servizio per trasferirli “senza impedimenti” altrove. È, in pratica, quello che succede da anni per il numero di cellulare. Anche se cambiamo operatore, abbiamo il diritto di conservare lo stesso numero di telefono. Solid prova ad andare oltre: rende il numero (i dati) nostro per sempre. In modo tale da non dover neppure comunicare all’operatore (un social network o un sito) il suo utilizzo. “La tua vita non è segmentata, spiega Solid. “Quindi perché dovrebbero le tue app?”. Il Pod è il centro di un nuovo universo di applicazioni. Avranno accesso a “pezzi” del Pod. Possono esserci dati liberi, altri preclusi a tutti. Altri ancora accessibili solo dopo ulteriore nulla osta. Senza il permesso dell’utente, semaforo rosso. Con il suo via libera, anche la condivisione con gli altri Pod diventa più semplice e immediata. Un po’ come una carta d’identità in cui ognuno decide quali righe oscurare. A qualcuno vorrete far sapere solo nome e cognome. Ad altri anche altezza e stato civile. I dati non sono blindati da attacchi: sono pur sempre accessibili via web e quindi, per definizione, esposti. Il principio di Solid è un altro: deve essere l’utente a decidere.

Il manifesto di Tim Berners-Lee

L’uomo copertina di Solid è lui: Tim Berners-Lee. Da anni parla di un web sfuggito alle sue intenzioni iniziali. Meno aperto e libero del previsto. Solid, quindi, non è solo un progetto: ambisce a essere un nuovo paradigma. E Berners-Lee, bravo con la penna quanto con i codici, sa che ha bisogno di un racconto. Lascia ai suoi compagni di viaggio (il co-fondatore John Bruce e lo sviluppatore Ruben Verborgh) il compito di spiegare qualche dettaglio tecnico in più. Lui sceglie un post che ha il tono di un manifesto. S’intitola “One Small Step for the Web…” (“Un piccolo passo per il web…”). Una citazione di Neil Armstrong e delle sue prime parole durante l’allunaggio. Dopo i puntini di sospensione ci sarebbe “un grande balzo per l’umanità”. “Ho sempre creduto che il web fosse per tutti. Ecco perché io e altri combattiamo ferocemente per proteggerlo”, scrive Berners-Lee. Ma se da una parte la rete ha “creato un mondo migliore e più connesso”, dall’altro “si è trasformata in un motore di iniquità, influenzato da potenti forze che lo usano per i loro programmi”. “Oggi – continua “Sir” Tim – credo che abbiamo raggiunto un punto critico, e che un cambiamento sia possibile e necessario”. Solid è figlio di alcuni anni di lavoro in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology. È un progetto open ssource al quale chiunque può contribuire. E “cambia il modello attuale in cui gli utenti devono consegnare dati personali ai giganti digitali”. 

Gli appelli per il “suo” web

Nel suo manifesto Berners-Lee non cita alcuna azienda. Non ce n’è bisogno. E poi lo ha fatto già altrove, più volte. “I potenti” sono, prima di tutto, Google e Facebook. Il 12 marzo, nel giorno del compleanno della “sua” creatura, scriveva: “Il web cui ci si connetteva qualche anno fa non è quello che i nuovi utenti trovano oggi. Quello che un tempo era una ricca selezione di blog e siti è stato compresso sotto il grande peso di poche piattaforme dominanti. Una manciata di società controlla quali idee e opinioni vengono viste e condivise”. Rischiando così di “trasformare il web in un’arma”. “Quando ho incontrato per la prima volta Tim Berners-Lee – spiega il co-fondatore di Inrupt John Bruce – mi è stato chiaro che nella sua visione il web fosse un mondo connesso, dove individui, gruppi e organizzazioni potessero comunicare, collaborare e creare. Dove il libero mercato stimolasse l’innovazione. Dove potesse crescere chiunque avesse un’idea e l’energia per lavorare sodo. Sfortunatamente, oggi il web si è evoluto in modo diverso. È diventato restrittivo”. Le promesse iniziali sono state “soffocate da forze che ne limitano l’efficacia”. Lo scorso novembre Berners-Lee aveva affermato dalle pagine del Guardian che il sistema stava “fallendo”. Allora si era definito “ancora ottimista”, anche se con una metafora che descriveva la difficoltà di rimanerlo: “Sono un ottimista che sta in cima a un collina, aggrappato a una staccionata mentre una brutta tempesta mi soffia in faccia”. Adesso, nel suo manifesto torna a usare la stessa parola, ma con più entusiasmo: “Sono incredibilmente ottimista per questa prossima era del web”.

Come guadagna

Solid è un tentativo di superare il modello attuale. Non solo nella gestione dei dati, ma anche dal punto di vista economico. Ha alle spalle una società: Inrupt. E le risorse per far crescere il progetto le ha fornite un venture capital, Glasswing Ventures. Cioè un’impresa che punta, per mestiere, ad avere un ritorno. È vero: Berners-Lee, che ha aperto il web gratis, ha dimostrato di non avere il guadagno come primo obiettivo (non a caso è responsabile tecnologico e non amministratore delegato di Inrupt). I suoi compagni di viaggio, però, prima o poi potrebbero pensarla diversamente. È sicuramente un progetto di lungo periodo, anche dal punto di vista finanziario. Inrupt è, a tutti gli effetti, una startup, ma non punta a fare miliardi nel giro di qualche mese. È nata, spiega Bruce, “per portare risorse, processi e competenze adeguate per trasformare in realtà la promessa di Solid”. È “un’entità commerciali che serve da catalizzatore per un progetto open source”. Berners-Lee, comunque, non evita la questione commerciale, emersa già nelle lettere pubblicate sul Guardian. Sa che i dati sono, prima di tutto, un affare. A marzo invocava la necessità di liberarsi di “due miti che limitano la nostra immaginazione collettiva: il mito che la pubblicità sia l’unico modello economico possibile per le compagnie online e quello che sia troppo tardi per cambiare il modo in cui le piattaforme operano. Dobbiamo essere più creativi”. Nel suo post scrive che Solid avrebbe “molteplici possibilità di mercato”, tra le quali “le app Solid e l’archiviazione di dati”. Ma perché gli utenti dovrebbero pagare quando ci sono società che offrono le stesse cose gratis in cambio di dati? “Le persone – scrive Berners-Lee – vogliono avere un web di cui possano fidarsi. Vogliono app che li aiutino a fare quello che vogliono, senza spiarli e senza proporre di comprare qualcosa. Gli utenti pagheranno per questo tipo di garanzia. Ad esempio, oggi pagano per l’archiviazione in luoghi come Dropbox”. Bruce ha definito “entusiasmante” la risposta di “potenziali partner e aziende”. Avrebbero compreso che “Solid ci può liberare dai soffocanti silos di dati per creare una ‘lavagna vuota’ per l’innovazione”.

Perché adesso

Solid è ancora in nuce. Tanto che Berners-Lee prenderà un anno sabbatico dalla sua cattedra al Mit per dedicarcisi. Del progetto si parlava da qualche mese. Sembra però che abbia avuto un’improvvisa accelerazione. In altre parole: perché adesso? Non è un caso. Mai come ora c’è una pressione sulle grandi piattaforme, un’attenzione ai dati personali e una spinta a una neo-decentralizzazione del web. “Ci hanno chiesto – spiega il capo sviluppatore Ruben Verborgh – perché lanciare Solid quando è ancora in questa fase iniziale”. La risposta: “Il web ha bisogno di cambiare ora”. E poi, afferma, “crediamo nell’adagio ‘release early, release often’”. Cioè: lancia il prodotto presto e miglioralo con aggiornamenti frequenti maturati sul campo. Solid “è ancora un prototipo”, il codice è “approssimativo” e non c’è un’interfaccia utilizzabile da un utente medio. Ma la sua maturazione passerà dal contributo degli sviluppatori. Se non fosse abbastanza chiaro, lo stesso Berners-Lee è stato ancora più netto dalle pagine di Fast Company: “Dobbiamo farlo adesso. È un momento storico”.   

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Autore dell'articolo: admin