L’ultima sbronza delle ryumochnaya, i pub sovietici


ryumochnaya pub sovietici

Igor Vinogradov / Sputnik 


 Un pub a Mosca nel 1966




Marciapiedi ampi, vie pedonali, piste ciclabili, musei avveniristici, ristoranti dagli interni design, palazzi storici ristrutturati, aiuole e parchi perennemente in ordine e una popolazione sempre più attenta a uno stile di vita sano. Mosca assomiglia ormai in tutto e per tutto a una moderna città occidentale e il cambiamento è ancora in atto; peccato che sotto i colpi di questo trend la capitale russa stia perdendo alcuni dei posti che incarnavano la sua anima più autentica, quella fatta di perdizione, autodistruzione, astrazione, passione, spiritualità, convivialità e… alcol.

La leggendaria Ryumochanya (letteralmente: ‘posto da shot di vodka’) di via Bolshaya Nikitskaya 22/2, a due passi dal Conservatorio, ha chiuso. A darne notizia – con titoli come “Addio a una parte della nostra storia alcolica” – sono stati sia i giornali nazionali, come la Komsomolskaya Pravda, che i siti specializzati in musica classica. Sì perché alla Ryumochnaya di Bolshaya Nikitskaya andavano musicisti e compositori, studenti e scrittori, che bevevano e discutevano a suon di shottini di vodka, cetrioli sotto aceto o panini al salame. E avanti così da quasi 40 anni.

Limonov e la sbronza perenne

Le ryumochnaya in Russia fanno parte integrante della cultura del bere: si possono descrivere come una sorta di pub sovietico, dove intellighenzia e classe operaia si trovavano insieme allo stesso bancone prima di andare a lavoro, durante una pausa o sulla via verso casa. Col rischio, però, di perdersi nel famoso ‘zapoi’, che il pubblico europeo ha imparato a conoscere con la biografia di Eduard Limonov scritta da Emmanuel Carrère: una particolare condizione di ubriacatura, tutta russa, che si protrae per giorni e giorni.

Regina della ryumochnaya è la vodka, ma chi lo desidera può darsi a samogon (potentissimo distillato fatto in casa), cognac, whisky o al ‘russkoe sciampanskoe’, le bollicine di produzione nazionale. Tutto a prezzi economici e senza fronzoli nel servizio, come negli arredi. Ne sono rimaste poche a Mosca di ryumochnaya e quella di Bolshaya Nikitskaya – aperta negli anni ’80 – era tra le più antiche.

Pub fermi all’era sovietica

Composizioni di cibi e frutta finta adornavano le sue vetrine su strada e il tempo era fermo agli ultimi anni dell’Unione sovietica. La proprietaria, Antonina Rudakova, raccontava di non aver mai voluto rifare il locale “perché la gente viene da noi per questa atmosfera speciale, che conserva le tradizioni della Mosca sovietica”.

Su quelle vetrine, che ora danno su una delle vie più trendy della capitale russa, dal 23 ottobre c’è un cartello, con scritto: “Chiuso per ristrutturazione”. Tre parole che per gli aficionados hanno risuonato come un addio. Anche se riaprirà, la Ryumochanya vicino al Conservatorio non sarà comunque più la stessa.

E’ successo lo stesso al mitico Cafè Margarita, agli Stagni del Patriarca, il laghetto dove nel romanzo di Mikhail Bulgakov, ‘Maestro e Margherita’, inizia il surreale viaggio del diavolo a Mosca. Tavoli di legno senza tovaglie, menù stringato (fatto per lo più di salmone, bliny e zuppe) e un pianoforte scalcinato erano gli ingredienti di serate, in cui i fumi dell’alcol facevano passare in secondo piano la scarsa qualità del cibo, si cantavano romanze russe, eseguite dagli studenti delle scuole di musica, e si ci si impelagava in qualche discussione su Dio, l’amore o la letteratura con un gruppo di sconosciuti. Oggi il Margarita è diventato un bistrot, dagli arredi minimal e contemporanei, dove giovani che sembrano usciti da riviste di moda si fanno selfie con piatti che di russo non hanno neppure il nome.

“Hanno ucciso la vecchia Mosca”

“I proprietari non hanno capito che chiudendo la Ryumochnaya di Bolshaya Nikitskaya hanno ucciso parte della vecchia Mosca”, ha detto alla Komsomolskaya Pravda uno degli avventori. Anche il sito classicalmusicnews.ru ne ha dato notizia con un filo di tristezza, ricordando che tra i tavoli della ryumochnaya si incontravano musicisti come il violinista Serghei Stadler e gli studenti del Conservatorio “discutevano degli esami di solfeggio, mangiando insalata di cavolo”.

Dell’agonia delle ryumochnaya parlavano i giornali russi già quattro anni fa: “Stanno morendo, insieme alla clientela che servivano”, scriveva il periodico Ogoniok. La parola d’ordine tra le nuove generazioni a Mosca è ‘Zozh’, acronimo che sta per ‘stile di vita sano’; una vera e propria moda, che ha scardinato stereotipi e punti fermi della cultura nazionale, come quella del bere e fumare senza ritegno. Secondo un sondaggio del 2017, condotto dal centro demoscopico VTsIOM, un quarto dei russi segue una qualche dieta, mentre un altro 30% afferma di osservare un’alimentazione sana. Il numero di persone che si dichiarano disposte a mangiare assolutamente tutto è sceso al minimo storico di 18%.

In una società dove la vodka è il principale colpevole della morte prima dei 64 anni tra gli uomini, l’aumento di chi guarda con attenzione a uno stile di vita sano è di certo una buona notizia, ma per gli amanti del famoso animo russo, Mosca probabilmente non sarà mai più la stessa. All’odiato ‘Zozh’, qualche anno fa, il gruppo di San Pietroburgo, ‘Leningrad’, aveva già dedicato un’omonima canzone: “Dicono che bere non sia più di moda, di moda ora c’è sto ‘stile di vita sano’. Io però davanti a tutti dico: lo stile di vita sano è una cazzata”.

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Autore dell'articolo: admin