Lo scoop sul calcio costato la vita a un giornalista


ghana giornalista ucciso

CRISTINA ALDEHUELA / AFP


La folla assiste alla proiezione del documentario ‘Numero 12’ ad Accra




Tre colpi: due al petto e uno collo, sparati mentre rientrava a casa. A fare fuoco due uomini su una motocicletta, che poi sono fuggiti senza portar via nulla.

E’ morto così, in strada di Accra, capitale del Ghana, Ahmed Husein, giornalista investigativo del gruppo guidato da Anas Aremeyaw Anas – noto per apparire in pubblico con il volto coperto da una maschera.

Le tangenti nel calcio del ‘Brasile d’Africa’

Il team aveva realizzato un’inchiesta che a maggio aveva portato alla chiusura della federazione calcio nazionale (GFA) perché il suo presidente, Kwesi Nyantakyi, era stato filmato nella stanza di albergo di Dubai mentre intascava una mazzetta da 12 mila dollari. A dargliela era stato un giornalista che si era presentato come uomo d’affari straniero interessato a investire nel calcio del Ghana.

Quella sarebbe stata soltanto la prima tranche di una mega-tangente nel quale erano coinvolto anche il vice-presidente della federazione, il ministro dei Trasporti, e molti altri dirigenti sportivi e politici, oltre a un centinaio di arbitri.

Il massimo dirigente sportivo era stato anche squalificato a vita dalla Fifa, la Federcalcio mondiale, di cui era membro, e multato di 400 mila dollari, dopo essere stato arrestato, il 22 maggio, dalle autorità locali su ordine del presidente della nazione, Nana Akufo-Addo. Proprio ad Akufu-Addo, il numero uno del calcio ghanese aveva proposto una mazzetta, ma il presidente, che conosceva le dimensioni del giro di tangenti e non voleva esservi coinvolto, scatenò una violenta reazione.

Le cifre della corruzione, in effetti, erano notevoli: 13 milioni di dollari di cui 5 erano destinati al presidente, 3 al vicepresidente Mahamudu Bawumia, 2 al ministro delle Infrastrutture, uno al responsabile dei lavori, un altro ancora al capo della Federcalcio  e uno infine ai suoi collaboratori.

Il documentario che fece conoscere la storia al Ghana

La vicenda era diventata di pubblico dominio dopo il documentario di due ore presentato il 6 giugno all’Accra International Conference Centre, con un pubblico pagante di seimila persone,  “Number twelve: when Greed and Corruption Become the Norm (Numero 12: quando avidità e corruzione diventano la norma). Ed era stato subito riproposto il 9 giugno al nuovo GCB Auditorium della kwame Nkruman University of Science and Technology (KNUST) di Kumasi, la seconda città più popolosa del Paese, quindi, il 13 all’hotel Radach di Tamale, la capitale commerciale di tre regioni del nord, e il 16 all’Akroma Plaza Hotel di Takoradi, sul golfo di Guinea.

Lo scopo era di far sapere cosa era successo a quanta più gente possibile e migliaia di persone, che si sentivano tradite nella loro genuina passione sportiva in un Paese che ha dato i natali a campioni come Michael Essien, Stephen Appiah, Asamoah Gyan, Samuel Kuffour e Kwadwo Asamoah, reagirono con indignazione. Il Ghana, considerato il Brasile d’Africa anche in virtù delle quattro coppe d’Africa conquistate (1963, 1965, 1978, 1982) in nove finali era già in crisi con i beniamini della nazionale, le Black Stars, che stranamente avevano mancato la qualificazione alla coppa delle Nazioni africane e ai Mondiali.

Il girio di corruzione

Al documentario il team di Anas Aremayaw Anas, aveva lavorato per due anni, mettendo insieme scene di corruzione nel calcio ghanese. E le immagini dei passaggi di denaro tra dirigenti federali e arbitri (non tutti ghanesi), retribuiti per comminare ammonizioni ed espulsioni in base a un vero e proprio tariffario (si andava dagli 80 ai 500 euro, ma prevedeva anche pagamenti in natura come capre, pecore, riso e olio) aveva scatenato una epurazione che si era allargata ad altri Paesi africani. Era stato colpito, ad esempio, Aden Range Marwa, l’arbitro keniota che avrebbe preteso poco più di 500 euro per accomodare qualche partita, e si era così giocato la partecipazione come guardalinee agli ultimi Mondiali. Chiudendo definitivamente la brillante carriera di fischietto.

Cosa è ‘L’occhio di tigre’

Se Anas Aremeyaw Anas è il fondatore della The Tiger Eye Investigation, Ahmed Hussein era il vero ‘occhio della tigre’. Al contrario di Anas Aremeyaw Anas, che lavora sotto copertura e di cui nessuno, tranne i suoi più stretti collaboratori, conosce il volto o il vero nome, Ahmed aveva un volto e un nome. Volto e nome che avevano ricevuto minacce non troppo velate più di una volta e recentemente da una delle sue “vittime”, un parlamentare della regione di Assim, Kennedy Agyapong 

A chi gli contesta di essere il mandante dell’omicidio, Agyapong risponde con un laconico “non l’ho ucciso io, non ho tempo per lui”. Ma quello che colpisce più di tutto in Ghana è la gravità di questo gesto. “In questo Paese dal 1992 – si è affrettato a sottolineare Affail Monney, presidente dell’ordine dei giornalisti locali, “è stato ucciso un solo giornalista.”

Il Ghana è anche il Primo paese africano ad avere ottenuto l’indipendenza in tutto il continente, è la patria di un grande pensatore che è stato anche uno dei padri del panafricanismo, Kwame Nkrumah, è una sorta di oasi di pace e democrazia dove la libertà di stampa, aggredita in altri Paesi del continente, era fino alla notte di mercoledì 16 gennaio, qualcosa da difendere e mostrare al mondo con orgoglio. 

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Autore dell'articolo: admin